Domani il Parlamento europeo sarà chiamato a votare due testi legislativi destinati ad avere un impatto profondo sul futuro del diritto d’asilo nell’Unione europea. Si tratta della proposta sulla lista dei Paesi di origine sicuri (SCOO) e della riforma del concetto di Paese terzo sicuro (STC), due pilastri del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.
Il voto di domani è particolarmente rilevante perché riguarda l’accordo politico raggiunto in sede di trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione. Se la plenaria dovesse approvarlo, la prima lettura del Parlamento europeo si considererebbe conclusa e il testo passerebbe rapidamente agli Stati membri per l’adozione finale, avvicinandosi così alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e all’entrata in vigore.
Perché questi testi destano forte preoccupazione
I due dossier rappresentano un ulteriore arretramento delle garanzie previste per le persone che chiedono protezione internazionale nell’Unione europea. In particolare, introducono un insieme di modifiche che rischiano di svuotare il diritto d’asilo della sua dimensione individuale.
Con particolare riferimento al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, gli standard di protezione risultano sensibilmente abbassati: i Paesi extra-UE potranno essere qualificati come “sicuri” sulla base di una nozione vaga e riduttiva di protezione effettiva, che si limita a verificare la presenza, sul piano formale, di requisiti minimi nell’ordinamento del Paese terzo. Questo approccio prescinde da una valutazione concreta dell’effettiva tutela dei diritti e si discosta in modo significativo dagli standard sostanziali garantiti dalla Convenzione di Ginevra del 1951, finendo per svuotarne la portata e indebolire le garanzie riconosciute ai richiedenti asilo. Si rafforzano i meccanismi che consentono di dichiarare inammissibili le domande di asilo, senza un vero esame nel merito delle storie personali, delle persecuzioni subite o dei rischi concreti in caso di rimpatrio. Particolarmente allarmante è la possibilità di trasferire i richiedenti verso Paesi terzi considerati “sicuri” anche in assenza di un legame reale con quel Paese, come legami familiari, sociali o linguistici. A questo si aggiunge l’indebolimento del diritto a un ricorso effettivo, con il rischio che le persone vengano trasferite prima ancora che un giudice possa pronunciarsi sulla legittimità della decisione.
Nel loro insieme, queste misure rafforzano una logica di esternalizzazione dell’asilo, in cui la rapidità delle procedure e il contenimento dei flussi prevalgono sulla tutela dei diritti fondamentali e sulle garanzie procedurali.
Le proposte di rigetto in Parlamento
Nonostante l’accordo raggiunto in trilogo, in Parlamento non manca l’opposizione. Contro questi testi sono state presentate proposte di rigetto, tra cui quelle sostenute da Ilaria Salis e dalla delegazione di The Left, e da Cecilia Strada per il gruppo S&D. Si tratta di un segnale politico importante, che dimostra come all’interno del Parlamento europeo esista ancora un fronte deciso a difendere il diritto d’asilo, lo Stato di diritto e il rispetto effettivo dei diritti fondamentali, contro una deriva sempre più securitaria e restrittiva.
Cosa possiamo fare ora
Alla vigilia di un voto così decisivo, è fondamentale rendere visibile l’opposizione della società civile a queste riforme. Anche quando i margini politici appaiono ristretti, la mobilitazione pubblica resta uno strumento essenziale per affermare che il diritto d’asilo non può essere smantellato in silenzio.
Firma e diffondi la petizione di WemoveEurope per rigettare la lista dei Paesi “sicuri” e contrastare il concetto di Paese terzo sicuro:
https://action.wemove.eu/sign/2026-01-safe-country-petition-IT
Difendere il diritto d’asilo oggi significa opporsi a norme che trasformano presunzioni politiche in decisioni irreversibili sulla vita delle persone, riaffermando la centralità della tutela individuale e dei diritti fondamentali nell’Unione europea.

