Dalla frontiera alla libertà, per un governo più giusto delle migrazioni.

È il day after in cui il Patto europeo migrazioni e asilo viene approvato dal parlamento europeo. Mentre a Bruxelles viene assestato l’ennesimo colpo ai diritti delle persone che migrano, a Roma, il 10 e l’11 aprile, una ventina di realtà territoriali che hanno aderito alla Road Map per il diritto d’asilo e la libertà di movimento si incontrano all’interno di Spin Time Labs per costruire insieme il documento che si inserirà in quello nazionale, e che sarà presentato il 4 maggio a Bologna durante un’assemblea pubblica che sarà anche di confronto con i candidati italiani alle elezioni europee.

La discussione ruota attorno a cinque tematiche, che hanno costituito altrettanti gruppi di lavoro impegnati nei mesi scorsi nella Capitale: diritto di soggiorno vs. frontiera; diritto alla fuga vs libertà di scelta; accoglienza vs trattenimento; comunità vs ghettizzazione; infine, restiamo Umani vs criminalizzazione.

«Siamo al termine di una call to action che è durata diversi mesi contro un patto scellerato che contestiamo, a cui bisogna rispondere con i diritti, e a cui è urgente disobbedire», dice Giovanna Cavallo, coordinatrice del Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose: «pensiamo che l’Unione Europea e i suoi valori di cittadinanza devono essere imposti a quei paesi che sono da ostacolo, e invece accade il contrario», prosegue: «sono stati appena approvati cinque regolamenti che prevedono una detenzione generalizzata soltanto per chiedere asilo alle nostre frontiere, e i respingimenti di massa verso paesi considerati sicuri. Ma cancellare diritti non è una prova di fortezza, conclude».

Edgardo Maria Lozia di Stop Border Violence, afferma che «il patto europeo determina un gravissimo arretramento nei processi di inclusione dei richiedenti asilo, in particolare, introduce norme che privano della possibilità di formazione e conoscenza delle tutele, ma anche dell’accesso a quegli strumenti di libertà che vengono negati in tutto il periodo nel quale la domanda di protezione internazionale viene esaminata». In questo senso, sostiene, «è uno strumento di controllo che costringe un’intera fetta di popolazione in un limbo giuridico, per mesi».

Controllo «Come smantellare i diversi aspetti della frontiera eretta dal Patto Europeo per le Migrazioni a dai decreti italiani approvati negli ultimi mesi, che a Roma, in particolare, stanno determinando una condizione di privazione e compressione dei diritti delle persone con background migratorio», si chiede Lucia Ciravolo di Refugees Welcome, associazione che fin dalla sua nascita, nel 2015, ha come obiettivi di «togliere di dosso la frontiera ed entrare negli spazi condivisi che chiamiamo città e reti». Continua: «abbiamo sempre ritenuto che tali orizzonti potessero essere raggiunti solo concentrandosi sul diritto di intessere relazioni, troppo spesso ostacolate da una narrazione capovolta, distorta e potente», E ancora: «occorre uscire dalla retorica “dell’ospite” per entrare in quella della cittadinanza e della comunità, perché non c’è futuro senza vicinanza, che non è solo la titolarità del soggiorno a fare delle persone dei cittadini. Sentire la responsabilità di voler cambiare è un impegno che la società civile ha deciso di prendersi, e lo dimostra il numero di persone che si sono avvicinate in questi anni alla nostra organizzazione», conclude.

Di contro, dice Mattia Ferrari: «le esperienze di Mediterranea e quelle per esempio di Spin Time Labs ci raccontano della forza delle reti e della intersezionalità delle lotte, strategie necessarie per un cambiamento». Allo stesso tempo, aggiunge: «il sistema di straordinaria repressione che sta colpendo le soggettività migranti e le realtà sociali e solidali sta rendendo la nostra realtà sempre più disumana e securitaria». Proprio nelle stesse ore del 10 aprile la mar Jonio aveva subito il sequestro della nave con una multa di 10mila euro per gli effetti del Decreto Piantedosi «Dopo il danno la beffa, siamo la più concreta testimonianza degli effetti più dannosi dei decreti italiani in materia di esternalizzazione delle frontiere; e la prova di ciò sono le testimonianze delle migliaia di migranti che hanno avuto la “fortuna” di essere sopravvissuti e poter raccontare», dicono da Mediterranea, riportando la drammatica testimonianza di Pato che ha perso i familiari in un naufragio. E poi la stessa ong ha lanciato l’allarme sulle concrete conseguenze dello scellerato accordo tra Europa e Tunisia, dove vengono deportate centinaia di persone ogni giorno, costrette a subire violenze brutali e torture, sia dalle milizie libiche, che tunisine.

Più in generale, su un punto fondamentale concordano il Coordinamento delle Comunità di Accoglienza, e la Cgil con Daniela Cordoni: sulla necessità di sottrarre le politiche migratorie dalla competenza del Ministero dell’Interno, Per entrambe le organizzazioni: «non si tratta di un tema di sicurezza nazionale, accoglienza e inclusione significano prendersi cura delle persone e delle comunità, dalla regolarizzazione alla residenza, dall’accesso alle cure alla lingua, dalla formazione al lavoro, tematiche strettamente connesse alle competenze del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali». Mentre per Alessandra Cutolo dell’Associazione genitori di Donato: «incontrare l’alterità produce ricchezza e questo processo di incontro è azione anche culturale», dice, facendo riferimento al modello “scuole aperte” proprio della Di Donato, e al film “Mama Mercy” prodotto insieme alle donne di Spin Time Labs, modelli in cui la conoscenza e la pratica determinano le narrazioni del reale. E luoghi, luoghi di incontro, di aggregazione, dove la comunità si ritrova e si aiuta, si dà sicurezza. Come lo è Ararat, l’ambasciata curda nel cuore di Roma, «uno spazio in cui coltivare coraggiosamente la propria cultura e identità per non sentirsi completamente persi dopo aver varcato il confine del proprio paese con la prospettiva di non tornarci mai più, o di non potervi rientrare per un periodo molto lungo».

Capitani La seconda parte della tappa romana della Road Map si è aperta con il ricordo di Josef Yemane Tewelde, attivista instancabile dei movimenti romani morto improvvisamente qualche settimana fa, e persona generosa che si batteva per i diritti di tutti e tutte. Un ricordo affidato a Black Lives Matter. «Ci siamo interrogati su una questione importante, esistono davvero le vie legali per raggiungere l’Italia?». Hanno ribadito dall’organizzazione: «non è vero che tutti i passaporti sono uguali.  Quello italiano permette di attraversare 174 paesi, mentre quello senegalese 66. E allora, non sarebbe più semplice investire su politiche eque, sui visti e i passaporti, invece che sui centri per i rimpatri o di accoglienza mal gestiti?», si sono chiesti da BLM.

Rita Coco di Recosol, ha ricordato lo smantellamento del sistema di accoglienza, e che i i superstiti della strage di Cutro sono stati inseriti nei tendoni. E poi ha aggiunto che «oggi i centri di accoglienza straordinaria sono diventati dei parcheggi, dove non esiste nessuna tutela, legale e psicologica, su tutte. A Roma la situazione è particolarmente grave, dove esistono gli unici Cas in Italia che accolgono più di 300 persone e sono situati in periferia. Occultare alla vista i migranti è l’obiettivo». Quando va male, si finisce direttamente in carcere, accusati di essere trafficanti. Contro la criminalizzazione della solidarietà, in questo senso, si sta battendo la Campagna Capitani Coraggiosi.  

Alice Basiglini, vicepresidente di Baobab, ha spiegato che «chi durante il viaggio sposta una tanica di benzina da una parte all’altra dell’imbarcazione, tiene in mano una bussola o salva vite umane rischia fino a trent’anni di reclusione». E poi ha fatto riferimento alla storia di Alaji Diouf, per cui l’associazione sta richiedendo la revisione del processo che lo ha portato alla condanna per scafismo e a scontare sette anni di carcere. Degli altri casi di “Capitani Coraggiosi”, hanno parlato gli avvocati della Legal clinic di Roma 3, Tatiana Montella e Carlo Caproglio. Sono centinaia i casi di persone finite ingiustamente in cella, come ha ricostruito l’Arci Porco Rosso di Palermo in numerosi rapporti.

«Storie che tutte somigliano al protagonista del film “Io Capitano”», ha fatto notare il regista Matteo Garrone che è intervenuto durante la tappa della Road Map. «Il film è nato dall’ascolto di tante storie, la storia di Fofana è quella di un ragazzo che ho ascoltato in un centro di accoglienza di Catania otto anni fa», ha spiegato Garrone: «questo film è riuscito ad arrivare grazie a tante persone grazie al sostegno delle scuole, è un’odissea contemporanea, accessibile a chiunque. Il mio obiettivo non era far in modo che la politica cambiasse approccio, ma che magari potesse vergognarsi delle politiche adottate, quello sì», lascia intendere il regista.

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