La fatica di Mamadou

Quando incontriamo Mamadou in un parco del quartiere Esquilino, ci viene incontro con un magnifico sorriso, spiazzante, è felice di vederci ed è pieno di una gioia che risulta contagiosa. Eppure, la sua giornata non deve essere stata semplice, così come la sua vita negli ultimi anni.

«Vendo scarpe e vestiti in un mercato di Roma Nord, in un quartiere residenziale molto ricco.  La bancarella è di proprietà di una persona italiana. È un po’ strana, ma mi tratta bene. A volte capita anche che mi offra un panino, o un passaggio verso casa. Il lavoro è semplice, non è molto duro, soprattutto in questi mesi che fa freddo. La maggior parte delle persone vengono al mercato durante le feste. A lavorare a quel banco siamo in due, io e un cittadino del Bangladesh. Alle 7.00 siamo sul posto e cominciamo a montare, cioè a sistemare la roba. Poi alle 14.00 andiamo via. Ma la mia giornata comincia molto prima, abbastanza presto», racconta l’uomo che è originario del Senegal e che si trova in Italia da oltre 10 anni.

«Mi sveglio alle 4.00, prendo il treno da un popoloso comune della provincia di Roma dove abito con altri miei amici. Sono anche loro del Senegal e abbiamo fatto il viaggio verso l’Italia insieme. Preparo la moka con il caffè e faccio un’altra colazione quando arrivo al lavoro, pane e formaggio. Poi comincio la traversata» – scherza Mamadou – ma neppure troppo, facendo riferimento alle oltre due ore e mezza che ogni giorno impiega per raggiungere il posto di lavoro. Treno regionale, pullman Cotral, bus Atac e metropolitana. Questo per colmare i 40 km che separano la sua abitazione dal posto di lavoro, un mercato di una zona molto ricca della Capitale, dove sono impiegati anche molti italiani; vendono salumi, formaggi, uova, ma anche scarpe e profumi. Gli esercenti sono per la maggior parte uomini, ma tra di loro c’è anche una donna. Per i disagi subiti ogni giorno a causa del traffico e dei mezzi di trasporto capitolini, Mamadou si sente uno di loro, un cittadino romano, a tutti gli effetti.

E anche per ciò che riguarda la situazione abitativa e il salario percepito, si sente parte di un popolo. «Siamo tre inquilini e paghiamo 600 euro di affitto in un piccolo appartamento» – dice – «alle spese per la pigione, poi, si devono aggiungere quelle per le bollette, circa un centinaio di euro ogni mese. Tolgo queste spese dal mio salario che è di circa 1000 euro mensili. Riesco però a mettere qualcosa da parte, a mandare anche un po’ di soldi a ciò che resta della mia famiglia in Africa. Ma non ho un contratto. Il padrone mi ha detto che non gli conviene, non può farlo». «E come facevi durante il Covid, quando i mercati erano chiusi»? Chiede Alessandra. E con una frase a mezza bocca, allargando le braccia, così risponde Mamadou: «Campavo con quello che avevo da parte». Già, perché è qui che la condizione di vita dell’uomo si differenzia da quella degli altri suoi coetanei italiani.  E alla normale precarietà generazionale si accompagna, dunque, quella dell’attributo di cittadino straniero. È nel documento di soggiorno che la loro vita si differenzia. Mamadou, infatti, nonostante viva in Italia da dieci anni, ha un lavoro, una vita sociale intensa, ha molti amici, italiani e stranieri, per lo Stato non esiste. E vive con la paura costante di essere fermato dalla polizia e magari rinchiuso, perché si trova senza un documento valido, in uno dei Centri per i Rimpatri esistenti in Italia. «Quando arrivano i controlli al mercato, sono costretto a scappare via», racconta Mamadou: «sono andato due volte in commissione, dove è stata esaminata la mia domanda d’asilo. E due volte ho ricevuto il parere negativo. Ora ho presentato una domanda per ricevere una protezione speciale con l’avvocato, e sono in attesa. Sono senza un documento valido dal 2018». Ma il punto è che Mamadou lavora e vive in Italia da dieci anni e se oggi per la legge è un’invisibile, cioè senza un documento valido, lo deve al fatto che nessun datore di lavoro italiano (ha lavorato per lungo tempo nelle campagne del foggiano) gli ha mai fatto un contratto di lavoro. E questa sua condizione è stata aggravata nel tempo dalla schizofrenia delle politiche migratorie.

SGUARDI MIGRANTI – storie di protezione speciale è un progetto sostenuto dalla Fondazione Migrantes con i fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Cattolica e con il contributo dell’ Otto per Mille Valdese”

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