Siria: le voci delle proteste contro tutti i regimi

Nel cartello: “Perché hai alzato il prezzo delle patatine?” (rivolgendosi al regime)

Tutto è iniziato il 16 agosto scorso quando si sono verificati i primi blocchi stradali nei dintorni della città di Suwayda promossi dai cittadini che non si rassegnano all’ennesima decisione del governo di aumentare il prezzo della benzina eliminando alcuni sussidi statali. Nel frattempo le sedi locali del partito Baath sono state chiuse e le piazze dei villaggi attraversate da migliaia di persone.

Vogliamo raccontare, ad un mese dall’inizio delle proteste, cosa sta accadendo nel sud della Siria. Perché a due anni dall’apertura del nostro progetto per agevolare i visti per studio per i cittadini del Medioriente abbiamo avuto modo di conoscere la Siria come uno spettro ampio di esigenze, sogni, progetti che, nel solco della guerra ormai decennale, vengono schiacciati in una narrazione dicotomica tra terrorismo e regime. Yalla study che promuove la libertà di movimento legale sicura a partire dai progetti di istruzione internazionale, rivolti a studenti e studentesse da quei paesi dove migliaia di persone si sono mosse affidandosi ai trafficanti, vuole contribuire a dare voce a queste proteste. Durante le nostre attività abbiamo conosciuto decine di giovani studenti e studentesse il cui sogno è stato interrotto da una guerra civile anche causata da interessi internazionali che hanno fatto della Siria un vero e proprio scacchiere dove giocare ognuno le proprie pedine.  Per questo ci interessa molto parlare delle ultime proteste che da un mese ogni giorno stanno attraversando le strade di Suwayda, una piccola città nel sud della Siria, incastonata nel triangolo del traffico di stupefacenti e degli interessi internazionali per la gestione del potere sul territorio. Vogliamo raccontare le proteste con la viva voce dei protagonisti che dal 16 agosto 2023 stanno scendendo in piazza pacificamente e in maniera trasversale “senza alcun leader e senza alcun movimento ma spontaneamente”, stanchi ed esasperati da una crisi economica straordinaria che con un’inflazione alle stelle rende inaccessibili anche i beni di prima necessità.

Abbiamo posto delle domande ad esperti, attivisti, leader religiosi, che ci hanno potuto permettere di capire meglio il caleidoscopio della realtà siriana a partire da Suwayda.

Ma come possiamo raccontare di Suwayda? È una città abitata da una minoranza religiosa la comunità drusa molto poco conosciuta, soprattutto molto oscurata nelle cronache internazionali e giornalistiche sugli equilibri siriani. Ce lo spiega bene Fadi Alhalabi, un artista vignettista protagonista oggi delle proteste, che ha sottolineato come questa minoranza sia stata sempre “isolata e minacciata durante tutto il periodo della famosa primavera araba”. Una città prevalentemente agricola ma privata di qualsiasi piano di sviluppo governativo, ci racconta Yazan che ora lavora negli Emirati tra coloro che negli ultimi anni hanno dovuto riparare altrove.

Tra le altre la voci vogliamo condividere quella di Amal che vuole raccontarsi e raccontare la partecipazione delle donne in queste manifestazioni “Prima di tutto sono una mamma oltre che è una persona che protesta e non posso più sopportare che i nostri figli soffrano la fame l’abbandono” ci dice mostrandoci un cartello che ha portato in piazza e che recita:

Da Suwayda i giovani sono costretti a partire per cercare opportunità lavorative vista la particolare condizione della città che dal punto di vista economico e produttivo non beneficia di alcun processo di sviluppo per volontà politica di Damasco. “L’attuale regime ha adottato lo stesso approccio del precedente in termini di impoverimento della città nel tentativo di farne un luogo non soggetto a sviluppo. Per questo gli abitanti della provincia hanno cercato di viaggiare, di andare all’estero per cercare lavoro” ancora Fadi Alhalabi, molto attivo dall’inizio di queste proteste, che riassume così la storia di questa provincia tenuta sotto scacco dal regime per mantenerla debole sotto il suo controllo.

“Questa condizione di isolamento economico ha portato la popolazione a mantenere un equilibrio con il regime per cercare i mezzi di sussistenza almeno fino al 2011, quando la situazione è precipitata e nonostante tutto “la popolazione si è rifiutata di arruolarsi nel servizio militare”.

 

Abbiamo chiesto a Lorenzo Trombetta, uno dei giornalisti più esperti di Medioriente quale fosse la genesi di queste proteste: “non è una rottura col passato e gli eventi di questi giorni vanno prima di tutto letti nell’ottica della continuità”. Secondo Trombetta la vera esasperazione della gente che periodicamente ha manifestato nella città di Suwayda anche in maniera più “esplicita” contro il governo, si contestualizza dentro una logica di negoziazione che in Siria avviene sistematicamente tra componenti locali e centrali. A dover imparare a memoria soltanto i nomi dei vari gruppi e milizie che rappresentano gli interessi governativi e antigovernativi, internazionali e locali, i vari attori che sul mercato della trattativa rappresentano uno o più interessi, viene il mal di testa. Si tratta di un contesto nel quale le alleanze si possono trasformare repentinamente in una guerra di tutti contro tutti un po’ a seconda del momento: ci ricorda quanto successo qualche anno fa nel sud Italia con la guerra del clan di Lauro dove il tuo amico diventava immediatamente il tuo nemico e tu dovevi stare attento perché rischiavi la tua vita senza una ragione, solo perché al momento sbagliato nel posto sbagliato.

A Suwayda dove noi siamo anche stati più di una volta, possiamo concordare con questa visione: “il minimo che si possa dire è che qui è un inferno perché le autorità hanno assediato economicamente il governatorato bloccando l’elettricità, interrompendo i pozzi, gettando il governatorato in una crisi idrica soffocante e tutto questo per spingere le persone a migrare in attuazione di un piano dannoso per favorire un ricambio demografico della regione per interessi geopolitici del quadrante dell’Hawran”. Certamente c’è una logica dietro il boicottaggio di questo territorio, che sia oggetto di contrapposizione di poteri o che sia una deliberata azione ricambio demografico forzato, quello che balza gli occhi è l’inferno che l’ingegnera Rakia Alshaer racconta.

A partire da questo intreccio di interessi e di speculazioni è nostro obiettivo puntare la lente d’ingrandimento sulle esigenze e rivendicazioni della comunità di cittadini e cittadine che da sempre subisce la “distribuzione di servizi intesi come privilegi esclusivi e non come diritti per tutti”.

Da quello che abbiamo avuto modo di capire da queste proteste è che esiste una questione Suwayda che ci sta aiutando a capire meglio la questione Siria.

Lorenzo Trombetta in modo plastico scrive: “Applicando la metafora dell’ingranaggio al caso di Suwayda si può approssimativamente immaginare che il rotismo dentato più esterno raggruppi le potenze straniere, mentre il più interno sia invece composto dai gruppi armati locali emanazione di clan e famiglie, il nucleo della società locale. Al centro si possono immaginare gli altri due rotismi circolari intermedi: quello delle entità politico-militari siriane, una delle congiunzioni tra le forze straniere e il contesto locale, e il cerchio composto dai leader religiosi drusi, altro disco dentato di connessione tra gli attori esterni e i nuclei familiari e clanici”. Quando parliamo di scacchiere dobbiamo pensare che “nel complesso ingranaggio negoziale, le potenze straniere hanno bisogno degli attori locali per proiettare la loro influenza” che svilisce le pur giuste rivendicazioni di cittadinanza.

Inquadrato questo scenario, ciò che emerge da queste proteste è che questo ingranaggio sta stritolando la vita della gente comune: forse questo strano “patto sociale” non sta più garantendo quella pax sociale utile per gli interessi di pochi? C’è qualcosa che sta inceppando questo ingranaggio?

Noi crediamo che sia la protesta partecipata insistente, continuativa e trasversale della città che deve interessare la pacifica comunità internazionale, chiamata dalla piazza a intervenire, una piazza composta tra l’altro da centinaia di giovani donne e uomini. Secondo Trombetta “alla maggior parte dei giovani della provincia, sui quali dal 2017 è tornata ad abbattersi la scure del servizio militare, non rimane che una scelta: emigrare illegalmente, con tutti i rischi e le spese che ciò comporta, raggiungendo le folte comunità della diaspora druso-siriana nel mondo (Venezuela e Arabia Saudita in primis); oppure cercare uno stipendio sicuro quanto la morte, arruolandosi in una delle tante milizie della zona”.  Nel nostro piccolo stiamo cercando di sostenere questi giovani affinché non si affidino a trafficanti per intraprendere viaggi pericolosi. E quello che chiediamo al governo italiano è di sostenere queste giovani generazioni che a nostro modestissimo parere rappresentano una delle forze di interposizione in grado di scalzare la classe dirigente corrotta, per ricostruire una Siria democratica.

Souhayla Saab, un’attivista di Suwayda che vive in Italia, responsabile della relazione con gli studenti nel nostro progetto Yalla Study, con un tocco di realismo descrive le proteste come un momento certamente importante per rivendicare ciò che è giusto per la Siria e per Suwayda, ci tiene a ribadire che fino a quando la protesta rimarrà isolata nulla potrà cambiare;  secondo lei “dobbiamo aspettare di vedere in piazza i cittadini di Latakia, i cittadini Tartus per sentire scricchiolare la sedia sulla quale siede il presidente”.

Tuttavia lo scopo di questo racconto non è svelare come andrà finire, ma è dare voce a quella cittadinanza che in Siria non si riconosce più con i Russi né con i Turchi, tantomeno con gli Hezbollah e neppure con gli Stati Uniti, che non si riconosce da tempo nel regime di Damasco, ma che guarda alla comunità internazionale e alla risoluzione dell’ONU 2254 come unico punto di riferimento per prendere le distanze da tutto ciò che della Siria si è detto e si è fatto.

Infatti nelle piazze del governatorato richiamano l’attenzione sulla risoluzione 2254 che nel 2015 era stata deliberata al fine di trasferire il potere pacificamente ma che è rimasta lettera morta. “Non credo che il regime possa fornire riforme reali e radicali. Può solo fare promesse. Per esperienza, non ho fiducia in esso o nelle sue promesse. In passato eludeva le promesse e ci sono molte prove a riguardo… Credo che l’unica chance sia che la soluzione politica inizi con il trasferimento pacifico del potere e l’inizio della costruzione di uno Stato. Una vera civiltà democratica.” Fadi commenta così la nostra ultima domanda e che intreccia la risposta di Amal che ribadisce: “Posso dire che il tessuto economico di Suwayda legato alla piccola agricoltura e al piccolo commercio stia vivendo un momento di gravissima crisi, non abbiamo petrolio, non abbiamo materie prime da sfruttare e dunque stiamo morendo su noi stessi. Dal mio punto di vista di madre, io non ho fatto un figlio per abbandonarlo e fargli lasciare il paese per sopravvivere. Ogni madre tra noi soffre di questo abbandono da questa separazione dai propri figli. E questo sentimento ci porta in piazza”

Accanto a tutto ciò teniamo aperti gli occhi su quanto potrà accadere in risposta alle proteste, il governo non sta commentando ma ci dicono dalla piazza, che stia seminando discordia tra i manifestanti, minacciando subdolamente di non difendere la città da ritorsioni di gruppi terroristici, ovvero creando quella che noi conosciamo come strategia della tensione. Anche per questo è necessario mantenere alta l’attenzione della Comunità Internazionale alla quale come società civile ci appelliamo per tutelare queste donne e questi uomini.

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