Quel silenzio sulla rotta balcanica e le voci istituzionali che reclamano le riammissioni

È il 23 agosto, e il governatore leghista del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, mentre si appresta a partecipare ad un dibattito al meeting di Comunione e Liberazione che si sta svolgendo in questi giorni, come ogni anno, a Rimini, si ferma a parlare con i cronisti e dice: «per quanto riguarda la mia regione e la rotta balcanica, che è quella che conosco meglio, penso che serva un forte intervento europeo per fare accordi con i paesi di transito». E poi, ancora Fedriga aggiunge: «continuo a pensare che stipulare accordi bilaterali nel Mediterraneo con i paesi nordafricani per effettuare pattugliamenti congiunti sia la soluzione». Per il governatore: «lo stesso bisognerebbe fare con la Slovenia per la rotta balcanica. Se vogliamo far tornare la legalità in Italia e in Europa dobbiamo dare delle risposte a chi scappa da una guerra e quindi ha diritto allo status di protezione sussidiaria, però non possiamo pensare che chiunque possa andare ovunque».

Nelle stesse ore in cui Fedriga parlava con i cronisti, l’Ics, il Consorzio Italiano Solidarietà di Trieste, presentava i dati di aggiornamenti del report pubblicato lo scorso 15 giugno, “Vite Abbandonate”, in cui già faceva il punto sulla situazione e i bisogni delle persone che attraversavano la rotta balcanica. Ora, i dati aggiornati a luglio del 2023 ci dicono che il 73 per cento delle persone che passano da lì sono di origine afghana. In forte aumento rispetto al 2022, quando erano soltanto il 54 per cento. Non solo. I mediatori e gli operatori che hanno effettuato le attività di monitoraggio nell’area di Piazza Libertà e del Centro Diurno di Trieste hanno raccontato di aver incontrato dall’inizio di gennaio alla fine di luglio 7890 persone provenienti dalla così detta rotta balcanica. E, tra questi, i nuclei familiari erano 120, e i minori stranieri non accompagnati erano il 16 per cento; invece, «riguardo la provenienza, è evidente un aumento della componente afghana», con presenze anche di kurdi e palestinesi, dunque, meritevoli a prescindere di protezione internazionale. E ancora, si denuncia nell’ultimo report di Ics, che «di fronte al numero sempre più elevato di richiedenti asilo che si trovano in strada, si assiste a un quadro di generale inerzia che ha colpito anche le situazioni più vulnerabili tra i richiedenti, quali persone traumatizzate, persone con patologie mediche evidenti, persone appena dimesse dalle strutture ospedaliere locali: tutte indistintamente sono state abbandonate in strada senza curarsi delle loro condizioni».

In questo scenario di abbandono, a Trieste, si gioca da anni, nel silenzio generale, una partita a scacchi tra le organizzazioni della società civile che nella città giuliana continuano in forma volontaria a dare supporto alle centinaia di persone abbandonate a loro stesse, e le istituzioni, locali e nazionali, che con il loro operato e i loro atti normativi contribuiscono al perpetuarsi di situazioni che oggi hanno assunto il profilo di una vera emergenza umanitaria. Le organizzazioni indipendenti come Ics, in questo senso, invece, proseguono con il loro monitoraggio, rendendo per esempio edotta la prefettura di Trieste, attraverso le numerose segnalazioni inviate, della situazione in cui versano i richiedenti asilo privi di accoglienza, comunicando in maniera più circostanziata possibile il loro numero, i tempi di attesa e le situazioni più vulnerabili. Molte di queste segnalazioni, tuttavia, sono rimaste senza risposta. Tutto tace a Trieste, dunque, mentre l’unica voce che si leva è quella del governatore regionale che in queste ore scende in campo reclamando le riammissioni al confine con la Slovenia, pratiche già messe in discussione da una sentenza del tribunale di Roma, e di cui si dà conto nell’unico film, “Trieste è bella di notte”, che finora, coraggiosamente, ha squarciato il velo sul silenzio che da sempre avvolge la rotta balcanica delle migrazioni.

 

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