Così il governo Meloni crea panico sociale e allarme ingiustificato

Per nascondere come la polvere sotto il tappeto la crisi prodotta dall’attuale economia della guerra, e l’incapacità istituzionale di governare le migrazioni, il governo Meloni ha dichiarato lo stato di emergenza. Eppure, gli ultimi dati raccolti da Openpolis smentiscono proprio la retorica dell’invasione, visto che dimostrano come l’Italia nell’ultimo decennio ha ricevuto meno richieste di asilo di altri grandi paesi europei.

E invece che riorganizzare il sistema di accoglienza, infatti, puntando sul sistema ordinario di accoglienza diffusa e integrata che porta vantaggi alle comunità locali, e che è anche meno costoso e più trasparente, il governo punta sul sistema straordinario che genera minori servizi di welfare per i cittadini stranieri (e anche per gli italiani) e allo stesso tempo garantisce soldi facili proprio a quelle realtà e cooperative che speculano sulla pelle delle persone.

La ricetta governativa, inoltre, invece che alimentare flussi regolari di migrazioni per la ricerca lavoro e aumentare i canali sicuri di protezione, punta alla riproposizione di un meccanismo antidemocratico come lo stato di emergenza. Nella visione che ne ha il governo Meloni, dunque, i flussi di migranti vengono considerati come una delle “emergenze connesse con eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomo”, secondo quanto afferma il Codice della protezione civile.

I migranti come i terremoti, le inondazioni, le siccità. Come le grandi calamità naturali, l’avvento delle quali può giustificare da parte del legislatore l’adozione di provvedimenti di emergenza per farvi fronte: l’aumento dei poteri di ordinanza per i prefetti, le deroghe al codice degli appalti e ai principi della libera concorrenza e trasparenza, in ragione della velocità richiesta per gli interventi.

Con questo schema il governo Meloni vuole provvedere con urgenza all’attuazione di misure straordinarie per decongestionare l’hotspot di Lampedusa e per realizzare sia nuove strutture di accoglienza straordinaria di grandi dimensioni, quelle per intenderci in cui le persone vivono stipate come sardine, sia per allargare e per costruire nuovi CPR, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio dove destinare gli “indesiderati” in attesa di essere espulsi dal territorio nazionale. Non soltanto.

È di qualche ora fa, infatti, la notizia diffusa dalle agenzie che la Ragioneria dello Stato ha bollinato i due corposi emendamenti del governo al così detto “Decreto Legge Cutro”, trovando quindi le coperture finanziarie per il potenziamento dei centri straordinari e per l’individuazione di nuovi siti per le procedure di frontiera con trattenimento. Inoltre, secondo il testo dell’emendamento in corso di approvazione, i prefetti potranno individuare luoghi provvisori per ospitare i richiedenti asilo in caso di indisponibilità di un adeguato numero di posti nelle strutture esistenti. Non solo. Nella relazione tecnica allegata, si annuncia la volontà della maggioranza di governo di “accogliere” nel sistema ordinario di accoglienza, Ex Sprar, soltanto i richiedenti asilo che vi faranno ingresso in Italia attraverso i corridoi umanitari o il programma nazionale di reinsediamento. Unica eccezione potrà essere costituita soltanto dai richiedenti asilo vulnerabili: le donne in stato di gravidanza o le persone con disabilità e gli anziani che potranno avere una sistemazione più dignitosa in un ex Sprar. Per tutti gli altri, ogni luogo potrà andar bene, in sostanza.

Un copione che si ripete Tornando alla dichiarazione di stato di emergenza che servirà anche a legittimare decisioni di questo tipo, si tratta di un copione già visto a cavallo tra il 2011 e il 2012, quando l’allora governo Berlusconi (ministro dell’interno Roberto Maroni) dichiarò lo stato di emergenza “per il considerevole afflusso di migranti in fuga dai paesi della sponda sud del Mediterraneo”. Anzi, peggio. Perché se quella fu una strategia che sarebbe servita per esasperare la condizione dei migranti, così da giustificarne le successive espulsioni, i rimpatri, e i respingimenti di massa. quella stagione di restrizione dei diritti, però, si chiuse almeno con un provvedimento di umanità: la concessione di un permesso di protezione temporanea di sei mesi “a favore di cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa affluiti nel territorio nazionale dal 1° gennaio 2011 alla mezzanotte del 5 aprile 2011”. Per molti di loro ciò significò la possibilità di veder tutelata la propria libertà di movimento, visto che in tal modo riuscirono a raggiungere gli altri stati europei dove sperare in un futuro e in un’accoglienza migliore.

Per il resto, quell’operazione politico-sociale di Maroni allora, sembra quella voluta da Meloni oggi. Separare, schedare, contenere, respingere, isolare, gestire, controllare. È la grammatica attraverso cui il potere esecutivo giustifica un’operazione di contenimento delle persone che arrivano in Italia. Allora, con Maroni si fece passare l’idea che l’accoglienza sarebbe stata ridotta al minimo: all’alloggio, al vitto, a poco più. Che sarebbe stata da lì in avanti assistenziale, temporanea e non finalizzata all’inclusione. Un’ accoglienza caritatevole che non avrebbe previsto diritti, ma concessioni; in nome dell’eccezionalità e dell’emergenza le stesse leggi e le norme, anche di carattere internazionale, sarebbero state così reinterpretate, disattese. Fu questa la premessa dell’operazione che legittimò la nascita delle grandi concentrazioni, del Cara di Mineo e degli altri centri governativi che furono aperti a cavallo di quella stagione, insieme alla creazione delle “tendopoli della vergogna”, come quella istituita per “ospitare” i cittadini tunisini nelle campagne di Manduria, in provincia di Taranto.

Oggi che si assiste allo stesso, quasi identico copione del 2011, «è la stessa tenuta democratica a rischio», affermano i giuristi e gli operatori del Forum Per Cambiare l’Ordine delle Cose: «perché la crisi dei migranti funzionerà come l’alibi perfetto per far passare pratiche altrimenti inaccettabili all’opinione pubblica (vedi i Decreti Sicurezza)». E, mentre negli ultimi 20 anni lo stato di emergenza è stato dichiarato ben 128 volte, l’ultima volta nel 2020 per una pandemia mondiale che ha permesso di limitare la libertà personale degli italiani per motivi sanitari, continuano dal Forum: «viene da chiedersi perché anziché rafforzare il sistema di accoglienza, il governo Meloni vuole dare la percezione che le persone migranti che arrivano sulle nostre coste invece che una risorsa umana siano una calamità naturale».

 

 

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