Accoglienza: prospettive di cambiamento

Cosa significa accoglienza? Cosa trova concretamente un cittadino di origine straniera, e in particolare una persona che richiede protezione internazionale, nei servizi che gli/le dovrebbe essere dedicato?
Oggi in Italia ci troviamo di fronte a un sistema di accoglienza articolato su più livelli: dai centri hotspot – presenti di fatto sui territori di sbarco – ai Centri di prima accoglienza (Cpa), dai Centri di accoglienza straordinaria (Cas) sorti nel 2015 con il Dlgs 142, alle strutture per minori soli, fino ad arrivare ai centri Sai (ex Sprar, ex Siproimi), pensati per la seconda accoglienza e formalmente dedicati a un’inclusione più strutturata. Se sulla carta esiste questo sistema multilivello focalizzato su diversi step dell’inserimento sociale, lavorativo, relazionale di una persona, nella pratica sappiamo che spesso l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati è frammentata e bloccata su servizi di base, in un approccio generale non olistico nè integrato con l’intera società, bensì parziale e spesso assistenzialista.

Come Forum per cambiare l’ordine delle cose ci confrontiamo con molte realtà che lavorano nell’accoglienza, e che lo fanno bene, con un’attenzione alle necessità delle persone accolte e della comunità del territorio, in un’ottica di vera inclusione, di emersione dei punti di forza, di costruzione di relazioni e tutela dei diritti. Se è vero che l’accoglienza va riformata, molte realtà lo stanno già facendo, spesso in rete: e dal lavoro sul campo, dall’osservazione delle problematiche, dalla ricerca di soluzioni nascono sollecitazioni concrete ed urgenti rivolte alla politica. 

Un sistema di accoglienza unico, integrato, costruttivo e non emergenziale
Tutte le osservazioni delle diverse realtà che si occupano di accoglienza vanno in una direzione: la necessità di potenziare il sistema Sai, per abbandonare gradualmente quello emergenziale dei CAS. Un processo indicato dalla legge 173/2020, che ha modificato i cosiddetti Decreti sicurezza, e che definisce il Sai il “caposaldo ove svolgere le operazioni di accoglienza”. Questa importanza, però, resta in gran parte sulla carta: “ad oggi, la ripartizione dei posti disponibili tra centri governativi e accoglienza diffusa è totalmente squilibrata a favore dei primi. In base ai dati ufficiali più recenti disponibili, nel 2018 la prima accoglienza ospitava oltre 107.000 persone, quasi interamente nei centri CAS, che quindi hanno perso la caratteristica di straordinarietà (102.000 persone, a fronte delle 5.500 nei centri ordinari); l’accoglienza diffusa conta numeri ben più contenuti, attestandosi nel 2019 sotto i 40.000 beneficiari” (si veda il documento elaborato da ReCoSol, Tavolo Lo S.A.I., EuropAsilo). Uno squilibrio inspiegabile oltre che fallimentare, dato che il sistema SAI risulta essere “il più virtuoso per le persone e per l’impatto sui territori, rivitalizzando aree interne e Comuni ormai abbandonati e spopolati, rigenerando territori, comunità ed economie locali”. La preponderanza del sistema emergenziale non grava, dunque, solo sulle persone accolte – cosa che sarebbe già sufficiente di per sé a rivederlo nell’ottica di una destrutturazione – ma sull’intera collettività del paese. In altre parole, scegliere di dare più spazio a dei servizi esclusivamente di base, senza investire sull’inclusione reale delle persone accolte, provoca un danno a tutta la società.

SAI: incentivare i Comuni e dare valore agli Enti locali
Un ragionamento sul sistema SAI e sulla necessità di un’implementazione più diffusa e capillare non può prescindere da un aspetto del sistema stesso, ossia la sua volontarietà: i Comuni possono decidere se aderire o meno al sistema, cosa che rende lo stesso molto, troppo legato alla posizione politica dell’amministrazione locale. Inoltre, la decisione può essere presa solo in alcune finestre temporali.
Il SAI sarà pure “il caposaldo ove svolgere le operazioni di accoglienza”, ma le norme sembrano ostacolarne la diffusione piuttosto che incentivarla.
Le misure ipotizzate dalle reti riguardano la “programmazione ordinaria degli interventi di accoglienza”, da effettuarsi in base a “quote regionali di posti ordinari ripartiti tra ogni regione in proporzione alla popolazione residente, ed eventualmente ulteriori parametri di natura socio-economica” (uno dei punti toccati nelle sette tesi elaborate da EuropAsilo).

L’importanza degli Enti locali va rivoluzionata anche sul piano gestionale: ad oggi, i servizi Sai sono amministrati dal Servizio Centrale del Ministero dell’Interno – che ha affidato il proprio piano di controllo all’ANCI – e dai Comuni che aderiscono al sistema. E’ necessario modificare questo assetto e riconoscere la pienezza delle funzioni amministrative agli Enti Locali, lasciando al Servizio Centrale – tramite l’ANCI – la funzione di supervisione e coordinamento: ciò risponderebbe ai principi di economicità ed efficienza, ed eliminerebbe anche un unicuum privo di corrispondenza con altri settori.

L’accoglienza E’ welfare

“Attualmente le persone escono dall’accoglienza per decorrenza dei termini massimi consentiti, non per la realizzazione di un effettivo inserimento nella società, e ciò rappresenta un sostanziale fallimento del sistema. La principale causa sembra risiedere nella scelta di tenere separato il momento dell’accoglienza da quello dell’integrazione, con strumenti, anche amministrativi, di attuazione della prima (SAI) e della seconda (Piano nazionale dell’integrazione) distinti e finanziati da fonti diverse (progetti FAMI dedicati alla sola integrazione)”. Il sistema di accoglienza non è pensato come parte integrante del welfare volto alla collettività: lo si vede dal piano gestionale a quello organizzativo, arrivando al livello pragmatico.
Come ricordato da EuropAsilo, è urgente ricondurre “la gestione dei servizi di accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale e speciale nell’alveo della Legge 8 novembre 2000, n. 328 quale ‘Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali’”. Non è affatto un cambio di forma, ma di sostanza: il sistema di accoglienza deve divenire parte integrante del welfare, in tutti i diversi livelli di governance, da quello nazionale al locale passando per il piano regionale. Un approccio integrato che consentirebbe di ridurre esclusioni e discriminazioni favorendo l’inserimento di richiedenti asilo e rifugiati nel tessuto sociale.

Qualità dei servizi: non basta dire SAI
Se il sistema di cui si sollecita la diffusione è il SAI, è necessario mantenere alta l’attenzione sulla qualità dei servizi previsti: non in tutti i centri SAI vengono garantiti gli stessi standard. Da questo punto di vista è urgente l’emanazione del decreto del Ministro dell’interno previsto dalla L. 173/2020 e finalizzato all’adozione di nuovi standard, che possa anche aggiornare le “Linee Guida” che hanno disciplinato il funzionamento dell’ex SPRAR con l’indicazione dei servizi minimi di accoglienza che devono essere garantiti. Il Sai deve effettivamente essere capillare su tutto il territorio nazionale e organizzato in strutture di piccole dimensioni, secondo il modello dell’accoglienza integrata e diffusa. Occorre inoltre evitare diversificazioni nei servizi a seconda delle categorie giuridiche delle persone accolte: oggi in termini di organizzazione pratica la legge 173/2020 prevede due livelli di servizi, uno rivolto ai richiedenti protezione internazionale, l’altro a chi la protezione già ce l’ha, per cui sono pensati percorsi aggiuntivi finalizzati all’inclusione, come ad esempio momenti formativi volti all’inserimento economico. Non è questa una mentalità volta all’accoglienza, bensì al contenimento dei costi: ma, se possono risultare inferiori sul momento, diventano macroscopici poi in termini di costi sociali, oltre a costituire nell’immediato un onere organizzativo enorme per chi si trova a gestire concretamente le strutture di accoglienza.

All’interno del sistema di accoglienza occorre prevedere strutture e servizi che possano rispondere anche ad esigenze specifiche, ad esempio di cura della salute mentale: la sottovalutazione istituzionale di necessità precise rischia di accrescere i problemi delle persone coinvolte in prima persona che, in mancanza di una reale presa in carico, vanno a ricadere sull’intera società. Al momento le strutture di accoglienza specificatamente rivolte a persone con disagio mentale – i centri SAI DM  – sono ancora troppo pochi e non riescono a far fronte alle esigenze reali. Sempre guardando alla salute mentale, è urgente un adeguamento complessivo dei servizi sanitari che guardino alle necessità legate a un target migrante – target per cui, in generale, servirebbe una presa in carico dei servizi connessi alla salute, ancora non inclusivi anche solo in termini di specificità linguistiche e attenzione alle differenze culturali.

L’importanza di chi lavora nell’accoglienza
Riconoscere l’importanza dell’accoglienza significa anche tutelare il lavoro di chi nell’accoglienza ci lavora. Ad oggi, operatori e operatrici dei centri e dei servizi non sempre vengono messi nelle condizioni – contrattuali, organizzative, logistiche – di poter lavorare bene. Spesso equipe sottodimensionate, ruoli poco definiti, carenze strutturali costringono i lavoratori e le lavoratrici a gestire carichi maggiori di quanto ufficialmente previsto, in condizioni non sempre ottimali. Una situazione che ha una tripla conseguenza negativa: il peggioramento delle condizioni lavorative degli operatori; l’aumento delle difficoltà di vita delle persone accolte; i rischi che tutto ciò si traduca in processi di esclusione e marginalizzazione.
Se si pensa al Sai come a uno “strumento per la definizione partecipata di politiche di welfare locale”, l’operatore che lavora nell’accoglienza è di fatto un “agente di comunità che operando con e per la stessa genera capitale sociale”. Da questo punto di vista è urgente e necessaria una presa di consapevolezza istituzionale e politica rispetto all’importanza di chi lavora in questo campo, che deve essere messo in condizioni di poter fare affidamento su “metodologie di rete che connettano attori pubblici, soggetti privati rappresentativi del mondo produttivo, privato sociale e singoli cittadini”, su approcci multidisciplinari, su una pianificazione sociale e in rete degli interventi.

Una valutazione costante, attenta, dinamica
Ad oggi la valutazione dell’accoglienza è tutta spostata su un’ottica quantitativa ed economica: quante persone accolte, quanti servizi erogati, quanti soldi spesi. Ma, ancora una volta, l’accoglienza è un servizio sociale: è dunque impossibile scollegarne il monitoraggio da un piano più qualitativo, flessibile e dinamico. L’accoglienza necessita di una valutazione più articolata tanto nelle modalità quanto nei soggetti che la portano avanti. “Per un simile compito appare strategico il coinvolgimento delle Università e la mobilitazione di competenze e saperi terzi e indipendenti”, oltre che delle persone direttamente coinvolte: le persone accolte nel sistema, ossia i richiedenti asilo e i rifugiati. Da sempre senza voce in capitolo rispetto a quanto a loro rivolto, possono fornire importanti chiavi di lettura, punti di vista innovativi, critiche costruttive: un percorso di inclusione che creda veramente in se stesso passa anche per la costruzione di un diverso protagonismo delle persone. (Sul tema della valutazione si veda l’analisi promossa dal Forum insieme alla Fondazione Migrantes ‘Strumenti per una valutazione partecipata dei sistema di accoglienza’).

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