Nei Comuni che costruiscono accoglienza e solidarietà. Colloquio con Rita Coco

La Recosol, rete di realtà che comprende associazioni, comuni, semplici cittadini, e che ha negli obiettivi statutari l’accoglienza umanitaria e l’integrazione sociale dei migranti, la cooperazione allo sviluppo, l’organizzazione di attività culturali o di interesse sociale, e che agisce da stimolo verso gli amministratori locali affinchè le politiche vengano rivolte ad orizzonti solidaristici, è una delle esperienze più importanti e dinamiche del terzo settore italiano. Ed è stata anche tra le decine di realtà che hanno partecipato al convegno Flussi di Energia che si è tenuto a Roma lo scorso 9 Novembre. Attraverso questa intervista a una delle referenti della Rete, Gaetano De Monte ci porta a conoscere meglio il loro percorso, i progetti, le idee e le aspettative politiche.

Cosa è Recosol e come nasce?

Recosol nasce nel 2003 come rete dei comuni solidali, nel comune di Pinerolo, che si trova in provincia di Torino. All’inizio vi aderivano 100 municipi, lo scorso anno siamo arrivati a 300. Da un mese ci chiamiamo rete delle comunità solidali ETS, mantenendo lo stesso Codice fiscale e partita Iva, per adeguamenti richiesti dal codice del terzo settore. Funzioniamo così: nell’ottica della rete, ogni comune porta la sua esperienza e contagia altri a seguirne l’esperienza e le “buone pratiche”, che si traducono allo stesso tempo nel miglioramento dei servizi. Favoriamo lo scambio e la collaborazione tra i progetti, promuovendo cultura e valorizzazione dei territori. Il primo luogo comune che abbiamo sfatato è che  per promuovere la cooperazione servano grosse cifre. Tutt’altro. In provincia di Cuneo esiste il comune di Sambuco, che ha 89 minuti e che è stato uno dei primi ad aderire a Recosol.

Quali tipi di progetti state portando avanti?

Sviluppiamo progetti di cooperazione decentrata in vari paesi: Algeria, Mali, Niger; a sostegno di diversi popoli perseguitati in Africa e Medioriente: dai saharawi ai palestinesi. Sono progetti piccoli ma concreti e verificabili. Il nostro intervento, in ogni ambito della cooperazione, però, nasce sempre da una consapevolezza, che è necessario modificare abitudini, ripensare al nostro modello di sviluppo, cambiare stili di vita, consci di vivere in quella parte del mondo che consuma l’80% delle risorse disponibili, a danno e scapito degli altri. E dalla necessità, di fare qualcosa, per esempio, per chi fugge o scappa, o semplicemente, per chi viaggia.

E, da qui, dunque, negli ultimi anni Recosol, in collaborazione con il servizio centrale e l’Anci, con l’Asgi (associazione studi giuridici sull’immigrazione), ma anche con il ministero dell’interno e le prefetture si è attivata per l’accoglienza dei migranti. Da tempo i comuni aderenti hanno attivato progetti ex Sprar, oggi Sai. Ma ci occupiamo anche di chi in Italia vuole soltanto transitare, è così che abbiamo attivato insieme ad altre realtà un centro di accoglienza migranti in transito presso il confine con la Francia, a Bardonecchia.

Migrazioni, e poi di quali altri temi vi occupate?

Recosol è attiva sul territorio italiano e all’estero e collabora con altre “reti” di enti locali impegnati anche sui temi della pace, solidarieta’, ambiente, diritti civili. È il senso del nostro agire.

Come si aderisce alla Recosol?

Per i comuni basta scrivere una email a  <comunita@comunitasolidali.org>  e chiedere di essere inseriti nella mailing-list. Per le associazioni è necessario compilare il documento che si trova sul sito.

5) Il 9 Novembre del 2022 avete partecipato a Flussi di energia, evento organizzato dal Forum e da Roma Capitale per promuovere canali di migrazione regolare. Quale è stato il vostro contributo alla discussione che ha animato il convegno?

Intanto, partiamo da un assunto. Diciamo che i porti chiusi, tanto cari alle forze di destra e i respingimenti collettivi della rotta balcanica,  sono illegittimi per il diritto interno e internazionale: per la Costituzione, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, la Convenzione di Ginevra del 1951, la Cedu la Convenzione di Amburgo, la Convenzione di Montego Bay, tutti impegni che impongono all’Italia di lasciar entrare le persone per poter chiedere asilo, e stabiliscono che non esistono proprio dal punto di vista giuridico, i clandestini e gli irregolari. Inoltre, pensiamo che la difesa dei confini nazionali in un mondo globalizzato per le merci e i capitali sia un’aberrazione, oltre che un errore di calcolo politico. Proprio per questo è ancora più urgente implementare canali regolari, che già esistono, sia sul piano interno che internazionale, come  la programmazione triennale dei flussi prevista dal Tui, che è una norma disapplicata; i visti umanitari, quelli concessi per motivi di studio e lavoro, e invece qui si procede per sanatorie mascherate da regolarizzazione, in un Paese in cui esiste ancora il reato di clandestinità, mai voluto abrogare da nessuno.

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