Il governo pretende flussi regolari di migrazione ma le ambasciate all’estero ostacolano la concessione dei visti per gli studenti che ne hanno diritto. Ecco come

Per supportare gli studenti dalla Palestina, dalla Siria e dal Libano, molti dei quali negli ultimi sette anni hanno tentato di viaggiare verso paesi europei per iniziare oppure completare gli studi universitari, in modo sicuro e accessibile, il Forum Per Cambiare L’Ordine delle Cose ha creato la scorsa estate il progetto Yalla – right to study, a sua volta animato da un collettivo di attivisti internazionali, per sostenere i giovani, le donne e gli uomini, bloccati nei paesi in guerra o stretti nella morsa di conflitti civili o militari e che non riescono ad accedere agli studi universitari.

Articolo a cura di Gaetano De Monte*

Rashad (nome di fantasia) ha 25 anni ed è un giovane ingegnere di origine siriana. Alla fine della scorsa estate è stato ammesso al corso di laurea in ingegneria civile (Structural Engineering) dell’università di Bologna. Peccato che ancora non può frequentarla, dato che quando l’uomo è andato ad agosto all’ambasciata italiana di Beirut, in Libano, per richiederlo, non gli è stato concesso il “visto studio” per l’Italia.

Con la motivazione che la richiesta sarebbe priva di «indicazioni sulle necessarie risorse finanziarie per il sostentamento in Italia, di sufficiente documentazione attestante lo stato economico e sociale della famiglia, di sufficienti prove dell’intenzione di fare ritorno in Libano dopo il completamento del corso di studi, di chiarezza rispetto allo scopo del viaggio», così si legge nel provvedimento di diniego recapitato a Rashad dalla rappresentanza diplomatica italiana in Libano.  

La battaglia legale Il giovane studente, però, non si è arreso ed ha ingaggiato una vera e propria battaglia legale contro il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’ambasciata italiana a Beirut, con quest’ultima che, alla fine, ha dovuto ritirare tutti i provvedimenti di negazione del visto, in autotutela, rinunciando peraltro a costituirsi in giudizio davanti al tribunale amministrativo, il Tar del Lazio. Ma andiamo con ordine.

Già, perché Rashad, assistito dall’avvocato Nicola Parisio nell’ambito del progetto sul diritto allo studio per gli stranieri, Yalla Study del Forum per Cambiare L’Ordine delle Cose, aveva dapprima presentato ulteriori integrazioni scritte all’ambasciata attestanti la solidissima situazione economica della famiglia nonché rappresentanti le condizioni inequivocabili delle condizioni del soggiorno in Italia, ovvero frequentare l’università di Bologna.

Poi, dopo il successivo diniego diplomatico a settembre, che nelle sue motivazioni appariva un copia incolla del precedente, Rashad ha presentato ricorso al Tar Lazio.   

Referenze Tra i documenti che ne attestavano ulteriormente il diritto al riconoscimento del titolo di viaggio, l’uomo aveva presentato la sua iscrizione al sindacato degli ingegneri civili, la lettera di raccomandazione redatta dal consolato siriano, la lettera di referenze di una grande azienda con sede in Siria, il curriculum vitae, l’estratto del conto corrente bancario, il certificato di proprietà di un auto, e tra le prove di una certa e importante solidità finanziaria, anche le dichiarazioni del padre, un ricco commerciante, autenticate da un notaio, che avrebbe provveduto in prima persona alle spese di studio, vitto ed alloggio in Italia del figlio Rashad.  

Ma c’è di più. Perché lo stesso giovane ingegnere aveva già presentato all’atto della domanda di visto altre attestazioni: la lettera di ammissione al corso dell’università di Bologna, in primis, un versamento di 6.500 dollari sul proprio conto corrente, l’assicurazione sanitaria, il biglietto di aereo di andata e ritorno, la documentazione sul possesso di beni immobili in Siria, oltre a diverse lettere di presentazione scritte da professori di ingegneria civile e dallo stesso rettore dell’Università di Tishreen, prestigioso ateneo siriano che si trova quasi al confine con il Libano.

Per tutti questi motivi, il legale che assiste l’uomo ha rilevato il difetto di motivazione nella decisione dell’ambasciata e l’assoluta illogicità ed irragionevolezza della stessa, insieme all’erronea valutazione dei fatti. Ha chiesto alle autorità diplomatiche l’avvocato Nicola Caprino nel ricorso depositato al Tar del Lazio e di cui siamo in possesso: «quali sono le ragioni per reputare insufficiente la situazione economica della famiglia del signor Rashad»? E ancora: «quali sono i motivi per ritenere la finalità del viaggio e del soggiorno in Italia, dubbia»?

Domande a cui l’ambasciata d’Italia a Beirut non ha risposto direttamente, ma comunicando via pec allo studio legale e al tribunale che in riferimento al caso processuale in oggetto si è provveduto al riesame e si è concordato di esprimere parere positivo in merito al rilascio del visto con misura di autotutela. Così l’ambasciata è tornata sui suoi passi, e Rashad potrà venire a studiare nelle prossime settimane all’università di Bologna. 

Yalla Study Nel frattempo, però,altri suoi coetanei subiscono gli stessi trattamentidalle diverse ambasciate italiane all’estero che, in molti casi, di solito motivano il diniego al rilascio del visto con “il rischio migratorio”, senza neppure ascoltare in audizione l’interessato.

Per supportare gli studenti dalla Palestina, dalla Siria e dal Libano, molti dei quali negli ultimi sette anni hanno tentato di viaggiare verso paesi europei per iniziare oppure completare gli studi universitari, in modo sicuro e accessibile, il Forum Per Cambiare L’Ordine delle Cose ha creato la scorsa estate il progetto Yalla – right to study, a sua volta animato da un collettivo di attivisti internazionali, per sostenere i giovani, le donne e gli uomini, bloccati nei paesi in guerra o stretti nella morsa di conflitti civili o militari e che non riescono ad accedere agli studi universitari. «Il nostro primo obiettivo è rendere questo processo di incontro tra la burocrazia consolare e il diritto a studiare, più semplice, accessibile e tutelato», sostengono gli attivisti e le attiviste del Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, nato a Roma nel dicembre di cinque anni fa da una assemblea di 500 persone con la pretesa di modificare le norme e le prassi in materia di migrazioni.

*responsabile comunicazione Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose

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