Tra deportazione e giustizia: l’Europa sceglie la paura

Dalle vittime silenziate ai “paesi sicuri”: il Patto migrazione accelera l’esclusione

Le ultime novità dalle istituzioni europee. 

Negli ultimi mesi l’Unione europea sta completando l’architettura del Patto su migrazione e asilo, che entrerà pienamente in vigore nel giugno 2026. Le decisioni prese a Bruxelles raccontano però una storia chiara e inquietante: invece di rafforzare l’accesso ai diritti e alla protezione, l’UE sta costruendo un sistema sempre più fondato sulla deterrenza, sull’esclusione e sull’allontanamento forzato.

L’accordo sulla revisione della Direttiva sui diritti delle vittime, la proposta di Regolamento sui rimpatri e, ora, l’introduzione di un elenco UE di “paesi di origine sicuri” e l’ampliamento del concetto di “paese terzo sicuro” fanno parte dello stesso disegno politico.

Un disegno che rende l’asilo più difficile, più rapido da respingere e sempre meno accessibile per chi ne ha bisogno.

Vittime senza protezione, giustizia senza accesso

La revisione della Direttiva sui diritti delle vittime avrebbe potuto rappresentare un passo avanti decisivo per garantire che tutte le persone, indipendentemente dal loro status giuridico, potessero denunciare violenze, sfruttamento e abusi senza paura. Così non è stato.

Il testo approvato non introduce garanzie vincolanti per impedire che la denuncia di un reato porti alla detenzione o alla deportazione delle persone senza documenti. L’assenza di un obbligo europeo di separare l’accesso alla giustizia dal controllo migratorio lascia intatto un sistema che scoraggia le vittime dal parlare e protegge, di fatto, chi commette violenze.

Quando denunciare diventa un rischio, la giustizia smette di essere universale. E lo Stato di diritto diventa selettivo.

L’elenco UE dei “paesi di origine sicuri”: asilo accelerato, diritti compressi

A questa logica si aggiunge ora l’accordo tra Consiglio e Parlamento europeo sul primo elenco UE di paesi di origine sicuri. Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia vengono designati come paesi in cui, secondo l’UE, “generalmente” non esiste rischio di persecuzione.

Questa designazione consente agli Stati membri di applicare procedure accelerate alle domande di asilo presentate da persone provenienti da questi paesi, anche alla frontiera o in zone di transito. In pratica, significa meno tempo, meno garanzie, meno possibilità di far emergere storie individuali di persecuzione, discriminazione o violenza.

Il concetto di “paese sicuro” si fonda su una presunzione astratta che ignora le profonde differenze tra regioni, gruppi sociali e condizioni personali. Donne, persone LGBTQIA+, oppositori politici, minoranze etniche o religiose possono essere esposte a gravi violazioni dei diritti umani anche in paesi considerati “sicuri” dall’UE.

Accelerare l’asilo non significa renderlo più giusto: spesso significa renderlo più superficiale.

 Paese terzo sicuro: respingere senza esaminare

Ancora più grave è l’accordo sulla revisione del concetto di “paese terzo sicuro”, che amplia drasticamente le circostanze in cui una domanda di asilo può essere dichiarata inammissibile, senza nemmeno essere esaminata nel merito.

Secondo le nuove regole, una persona potrà essere rinviata verso un paese terzo considerato “sicuro” anche in assenza di un reale legame con quel paese. Basterà averlo attraversato, o l’esistenza di un accordo tra uno Stato membro e il paese terzo, anche se il richiedente non vi ha mai vissuto né ha alcuna relazione con esso.

Si apre così la strada a un sistema di esternalizzazione dell’asilo, in cui la protezione viene spostata fuori dall’Europa, verso paesi spesso privi di sistemi di asilo adeguati, con gravi rischi di detenzione arbitraria, respingimenti a catena e violazioni dei diritti fondamentali.

Ancora più allarmante è il fatto che chi riceve una decisione di inammissibilità non avrà più automaticamente il diritto di restare nell’UE durante il ricorso. Anche il diritto di difesa viene così indebolito, in nome dell’efficienza.

Un unico filo rosso: meno diritti, più espulsioni

Dalla mancata protezione delle vittime di reato, alle procedure accelerate per chi viene da un “paese sicuro”, fino al nuovo disegno legislativo per il respingimento verso paesi terzi, – anche quest’ultimo ulteriormente peggiorato – il filo rosso è evidente: ridurre l’accesso all’asilo e facilitare l’allontanamento a tutti i costi.

Queste politiche non affrontano le sfide legate alle migrazioni forzate, non combattono le reti di sfruttamento, non salvano vite. Producono invece invisibilità, precarietà giuridica e paura. Alimentano una narrazione in cui la migrazione è un problema di sicurezza, non una questione di diritti. Noi crediamo che l’Europa stia andando nella direzione sbagliata. Un sistema di asilo fondato su presunzioni di sicurezza, respingimenti rapidi ed esternalizzazione non è più efficiente: è semplicemente meno giusto. Cambiare l’ordine delle cose significa rivendicare un’Europa in cui l’accesso alla giustizia sia garantito a tutte e tutti, in cui l’asilo sia una protezione reale e non un ostacolo da superare a ostacoli, in cui i diritti fondamentali non siano negoziabili.

Nei prossimi mesi il Parlamento europeo avrà ancora margini di intervento. Come rete, continueremo a monitorare, denunciare e mobilitarci. Perché senza diritti per chi è più esposto alla violenza e all’esclusione, non esiste né sicurezza né democrazia.

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