Così nel Nord-Est d’Italia si respingono afghani e pakistani che chiedono asilo politico.

In “Trieste è bella di notte”, l’ultimo film prodotto da Zalab che esce nelle sale il 23 gennaio, le testimonianze di chi ha subito le riammissioni informali già dichiarate illegittime dal tribunale di Roma un anno fa, e che ora il Viminale, invece, ha annunciato di voler riattivare.

Gaetano De Monte*

«Tutte le fonti internazionali più autorevoli, anche quelle governative, davano conto di quello che accadeva lungo la rotta balcanica. Della situazione di vera crisi umanitaria che esisteva in Bosnia. Così, nel novembre 2020 ho accolto il ricorso di un cittadino pakistano perchè gli venisse riconosciuto il suo diritto ad entrare in Italia, perché viveva in un edificio diroccato nell’inverno bosniaco, senza cibo né acqua, e perché questa prassi delle riammissioni informali era illegittima da molti punti di vista». A parlare così è la giudice del tribunale civile di Roma, Silvia Albano, nell’ultimo film dei registi Matteo Calore, Stefano Collizzolli, Andrea Segre, “Trieste è bella di Notte”, prodotto e distribuito da Zalab con la partnership del Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose; e che documenta le violazioni del diritto alla protezione internazionale commesse dalla polizia italiana nei confronti di migliaia di richiedenti asilo al confine con la Slovenia.

In un passaggio del film che uscirà nelle sale il prossimo 23 gennaio, e sarà presentato in anteprima il giorno prima al Trieste Film Festival, la giudice spiega che quello tra Italia e Slovenia (e che giustifica le riammissioni) è un accordo bilaterale mai ratificato dal parlamento, che non solo non potrebbe derogare a leggi di diritto interno, ma nemmeno a norme sovranazionali. Le stesse che stabiliscono che se un cittadino straniero entra sul nostro territorio nazionale per presentare domanda di protezione internazionale, ha il diritto di farlo. Che la stessa persona non si può espellere senza un provvedimento scritto impugnabile davanti ad una autorità giudiziaria. Che vietano ad uno Stato di effettuare respingimenti collettivi, perchè ogni situazione giuridica deve essere valutata singolarmente.

«Così ho ordinato al ministero di far entrare immediatamente quel cittadino pakistano. Ed ora mi risulta che lo stato italiano le riammissioni le abbia bloccate, non le stia più facendo», conclude la giudice.

Il Viminale rilancia Eppure, proprio a Trieste, il 14 gennaio scorso, il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, durante una conferenza stampa, ha sostenuto che «quello delle riammissioni è uno strumento legittimo, doveroso da riattivare e rafforzare». Secondo il ministro: «uno strumento perfettamente in linea con le norme europee e internazionali, che va fatto con i nostri partner». E poi, Piantedosi ha aggiunto: «con la Slovenia ci sono già proficue attività e un sistema interforze teso a prevenire i traffici di migranti anche sulla rotta balcanica».

Parole che hanno riscosso il plauso del governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, secondo il quale nel corso «dell’incontro sono state fatte alcune importanti riflessioni sugli interventi allo studio sia dal punto vista amministrativo sia da quello legislativo per limitare al massimo la presenza di migranti sul territorio regionale». Mentre chi l’aveva preceduto nell’incarico di governatore del Friuli, l’attuale capogruppo alla Camera del Pd, Debora Serracchiani, si è limitata a dichiarare alle agenzie: «speriamo almeno in trasferimenti costanti e rapidi dalle regioni con più arrivi per evitare congestionamenti, problemi umanitari o di ordine pubblico». Dunque, nemmeno dalle opposizioni arrivano parole di netta condanna sulle riammissioni informali che ora il Viminale ha annunciato di voler riprendere.

Storie di violazioni Pratiche illegittime che, tuttavia, nonostante le rassicurazioni ministeriali non si sono mai fermate. Come dimostra il racconto di un giovane minorenne di origine afghana fornito agli operatori della ong Border Violence Monitoring qualche giorno fa, il 16 gennaio. L’intervistato ha raccontato che, insieme ad un gruppo composto da altre 50 persone, provenienti dall’Afghanistan e dal Pakistan, ha prima oltrepassato il confine bosniaco di Bihac in Bosnia Erzegovina e, da qui, è arrivato in Croazia, dove la maggior parte delle persone è stata catturata dalla polizia croata.

Ahmed, (nome di fantasia), invece, è riuscito a proseguire il viaggio da solo. Dopo 17 giorni di viaggio è riuscito a raggiungere il confine tra Italia e Slovenia, arrivando nell’area della Val Rosandra. Scendendo verso la città di Trieste, mentre aspettava l’arrivo di un autobus, è stato fermato da una pattuglia della polizia italiana. E, caricato sull’auto, senza essere mai passato da un commissariato, è stato condotto in una stazione della polizia slovena. Qui, i poliziotti gli hanno preso le impronte e lo hanno identificato. Insieme a lui c’era anche una famiglia di origine iraniana. Tutti insieme sono stati trasferiti verso la Croazia, per poi ritornare a Bihac, in Bosnia, la casella di partenza dove comincia il gioco dell’oca dell’attraversamento della frontiera. Ahmed l’ha provato 10 volte, il game.

La testimonianza del minore afghano è simile alle altre centinaia raccolte dalla rete RiVolti ai Balcani e dal Consorzio italiano di solidarietà (ICS) all’interno del Centro di accoglienza Casa Malala che si affaccia sulla Caserma della Polizia di Frontiera del valico Fernetti, a Trieste. «Conosco ragazzi che lungo la rotta balcanica sono stati presi e respinti più di 50 volte». Sono di questo tenore le storie di violazioni raccontate dai registi nel film “Trieste è bella di notte”: «Quando sono partito dal Pakistan avevo 23 anni. Ho vissuto 6 anni in viaggio per arrivare qui». E ancora: «Avevo 22 anni quando sono partito dal Bangladesh, ora ne ho 31. Ho paura che mi respingano di nuovo. Mi è già successo due volte, una in Slovenia e l’altra in Italia».

Contro le politiche europee Nel volantino che accompagna l’uscita in sala di Trieste è bella di Notte, distribuito da ZaLab a partire dal 23 gennaio, gli attivisti e le attiviste del Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose scrivono che le violazioni perpetrate a Trieste, così come in altri punti della frontiera europea, a Ceuta e Melilla, tra Marocco e Spagna, o lungo i confini di terra tra Turchia e Grecia, costituiscono un antipasto del Patto europeo sulle migrazioni presentato dalla Commissione Europea nel 2020. E lanciano un appello alla mobilitazione contro il progetto di rendere i confini europei «un non luogo in cui sperimentare le riammissioni a catena e un sistema di screening per valutare in modo sommario le richieste di asilo», con tutto il loro corollario di abusi, respingimenti e trattenimenti arbitrari.

«Perché ognuno con le proprie sensibilità, con il proprio lavoro, con le proprie competenze ed esperienze, possa contribuire a rendere la società civile italiana, ed europea, consapevole dei gravi rischi di violazione dei diritti umani che avvengono proprio nel cuore dell’Unione Europea», si legge così nell’invito ad attivarsi insieme al Forum. Ed è l’identico obiettivo di “Trieste è bella di notte”: stimolare la partecipazione e la mobilitazione contro le politiche europee in tema di migrazioni.

responsabile comunicazione Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose

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