Accoglienza come welfare, per tutta la comunità.

Impatto sociale, welfare, comunità. E ancora spazi di democrazia, luoghi di confronto e relazione, per rigenerare comunità. Sono queste le parole emerse nell’incontro ‘Accoglienza. Per un sistema unico, tassello del nostro welfare’, promosso da Forum per cambiare l’ordine delle coseFondazione Migrantes, rete Europasilo e Escapes- Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate. Un dibattito che ha promosso un’idea chiara: l’accoglienza non si risolve solo nei meri centri per migranti e, quando va bene, in percorsi specifici per i beneficiari, disgiunti dal reato  della comunità. Al contrario, l’accoglienza è un modo di guardare ai territori e alle persone che li vivono. Tutte, non solo i migranti.

Fotografia da pagina facebook di Nova Koinè.

“E’ necessario pensare all’accoglienza come a un percorso di integrazione non solo per chi è accolto ma anche per gli interi sistemi territoriali, economici, culturali, sociali”, ha affermato Magda Bolzoni, curatrice del capitolo sull’accoglienza del report ‘Il diritto d’asilo’ della Fondazione Migrantes e ricercatrice presso l’Università di Parma, che a partire da un’analisi delle destrutturazioni e dei nodi creati dai ‘decreti sicurezza’ dell’ex ministro dell’Interno Salvini ha fatto emergere le varie necessità imprescindibili per voltare veramente pagina. Una su tutte: smettere di pensare all’accoglienza come a un sistema specifico per le persone migranti, e iniziare finalmente a pensarlo per quello che è, ossia una parte del welfare dei territori, rivolto a tutti. Perché se è vero che i decreti firmati dall’ex ministro Salvini hanno interrotto percorsi, spezzato progettualità e creato, a dispetto del nome con cui sono stati diffusi, instabilità e insicurezza, è vero pure che quello che serve è un cambiamento culturale, un approccio politico e sociale diverso. “Una battaglia che ci riguarda tutti, prima che come enti di tutela e attivisti, come cittadine e cittadini”: così Valeria Pecere della sezione brindisina del Forum per cambiare l’ordine delle cose, nata nel 2018 dall’unione di varie realtà tra cui Anpi Brindisi, Arci, Cooperativa Solidarietà e Rinnovamento, che insieme a singoli attivisti e alla Comunità Africana stanno provando a intervenire sul territorio, facendo pressione sulle istituzioni locali affinché nessuno rimanga indietro. “L’accoglienza è dentro nelle strutture, ma è anche fuori, dove le persone migranti trovano ostacoli per l’accesso alle cure, il riconoscimento della residenza, l’inclusione lavorativa… Se si guarda al concetto di accoglienza, occorre occuparsi di tutto, non solo del tetto. E questo tutto deve diventare sistema”, ha affermato Pecere, sottolineando l’importanza di uno sguardo ‘dal basso’, in due accezioni: da una parte, quella legata alle realtà che operano nei territori, che conoscono le dinamiche, i problemi e i punti di forza, e che possono fare la differenza, se ascoltate e valorizzate; dall’altra, Pecere mette in luce l’importanza di considerare che ‘dal basso’ in alcune aree può significare anche un ‘basso’ geografico da cui spesso le persone sono costrette a emigrare per la mancanza di opportunità. “Noi siamo terra di emigrazione, da cui la gente va via. Il discorso accoglienza ci riguarda anche per questo”.        

Fotografia da pagina Facebook del Forum per cambiare l’ordine delle cose – Brindisi.


Sull’assenza di opportunità è intervenuto Francesco Evangelista, coordinatore del progetto SAI nel Comune di Scisciano in provincia di Napoli, e attivista dell’associazione Ya Basta, evidenziando che l’accoglienza può essere anche fonte di ravvivamento, soprattutto in territori “dove l’offerta culturale è bassa”. Lo dimostra proprio l’esperienza di cui è coordinatore: “Abbiamo iniziato con l’attivazione di una scuola di italiano. Le persone arrivavano da lontano per seguire i nostri corsi della domenica: segno che non c’era nulla all’infuori della nostra iniziativa, su un territorio segnato da varie frammentazioni”. Le difficoltà non hanno fermato la spinta al cambiamento, e ora il progetto è, insieme allo sportello diritti attivato dalle associazioni Ya Basta e Nova Koiné, un punto di riferimento per tutto il territorio dell’Agro Nolano. “Grazie alla scuola abbiamo conosciuto le persone migranti e i loro problemi, uno su tutti l’accesso ai servizi”. Proprio per questo Yabasta e Nova Koiné hanno attivato uno sportello diritti, con particolare attenzione alla consulenza legale. “Lottiamo contro la marginalizzazione, ampliata da un ventaglio normativo sempre più frastagliato che non va verso un miglioramento della situazione, al contrario crea veri e propri imbuti burocratici dove poi si bloccano le persone”, ha denunciato Lucia Esposito.
Gli esempi li abbiamo davanti: due su tutti, la sanatoria prevista la scorsa estate, che vede ancora centinaia di pratiche -e conseguentemente di vite – bloccate, e la protezione speciale, prevista dalla nuova normativa 173/2020 per superare l’eliminazione della protezione umanitaria voluta da Salvini, e che però al momento non vede una reale applicazione (a tal proposito il Forum per cambiare l’ordine delle cose ha lanciato la campagna #ParadossoAll’italiana, presentando un dossier del monitoraggio portato avanti in oltre 15 questure su tutto il territorio nazionale).
Dall’osservazione delle necessità sul territorio Ya Basta e NovaKoinè hanno vita al tentativo, riuscito, di subentro al progetto di accoglienza presente da otto anni a Scisciano: “Otto anni di accoglienza, ma le persone migranti non si erano mai viste, fondamentalmente vivevano nell’invisibilità”. Una condizione che molti soggetti migranti hanno sperimentato a loro spese, come ha dichiarato Pedro Apollos, operatore della cooperativa Ciac di Parma, riportando la propria esperienza personale. “Arrivato in Italia ho vissuto un anno in strada, senza alcun aiuto se non quella di alcune persone della mia comunità, quella nigeriana. Ero un fantasma”. Poi l’incontro con Ciac, e la svolta. “Sono entrato in un progetto di accoglienza Sprar, e la mia vita è cambiata”. Apollos ha evidenziato l’eccezionalità di qualcosa che dovrebbe essere scontata: “Può sembrare banale, ma se ci riflettiamo, per una persona sola, in un paese straniero, che non ha la possibilità di accedere ai servizi territoriali e di welfare – che pure dovrebbero essere garantiti in Italia – poter finalmente avere un sostegno nella realizzazione del proprio percorso non è cosa da poco”.

La storia di Apollos, da beneficiario a operatore, non è una favola a lieto fine: è l’esempio concreto che se i percorsi di accoglienza sono pensati come espressione di diritti, ascolto dei bisogni, connessione tra persone e territori, danno risultati tangibili che si riversano positivamente su tutta la comunità. E’ un esempio politico, quello portato dall’esperienza di Apollos, che infatti parla proprio di politica: quella che devono mettere in campo le istituzioni centrali, guardando ai territori e alle realtà che fanno accoglienza sul campo, per affrontare finalmente questioni non più rinviabili.

Fotohrafia da pagina Facebook Csoa Ex Canapificio.

Le ricorda Domenica D’Amico, del CSOA Ex Canapificio di Caserta, membro di EuropAsilo e del Forum per cambiare l’ordine delle cose: parità dei servizi per tutte le persone che vivono nei territori; valorizzazione dei percorsi di accoglienza di piccoli dimensioni, in parallelo con il progressivo svuotamento dei Centri di Accoglienza Straordinaria e con l’eliminazione di un modello basato sull’emergenzialità; ripensamento del sistema valutativo dell’accoglienza, basato sulla qualità, sulle posizioni espresse dai e dalle beneficiarie, e sull’impatto generato sul territorio e nella comunità, su più dimensioni, da quella sociale a quella economica, passando per quella culturale.
Il punto, in sintesi, è quello da cui si è partiti: pensare a un modo di fare accoglienza che, come ricorda D’Amico, “faccia emergere gli individui, in relazioni gli uni con le altre, e dove si possa lavorare su se stessi a partire dalle relazioni e dalla comunità”. Iniziando a chiedersi quanto l’accoglienza può essere generativa, e rigenerativa, per la comunità, per il welfare locale, e conseguentemente per tutto il paese.

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