‘Stati popolari’ a Roma: un percorso sui diritti che deve amplificare le realtà già attive in tutta Italia

foto di Domenica D’Amico

Una manifestazione incentrata sui lavoratori e sulla precarietà, quella che colpisce da anni le vite di troppe persone, e quella che si sta abbattendo in questo periodo di emergenza sanitaria su molte altre, ha animato ieri una caldissima piazza San Giovanni, a Roma, in occasione dell’evento organizzato dal sindacalista dell’USB Aboubakar Soumahoro. ‘Stati popolari’ il nome sotto il quale si è svolta la manifestazione, in contrapposizione con gli ‘Stati generali’ del governo, chiusi settimana scorsa, e durante i quali Soumahoro si era incatenato al cancello di Villa Pamphili per chiedere la modifica della misura di regolarizzazione prevista nel DL Rilancio.

Modifiche richieste anche da altri percorsi e realtà attive da anni nella tutela dei diritti e nella costruzione di una società realmente giusta e inclusiva, per tutti. Tra queste anche il Forum per cambiare l’ordine delle cose: ieri abbiamo attraversato la piazza, ritrovandoci in alcuni punti del Manifesto lanciato da Soumahoro, che si concentra su diverse tematiche: un piano nazionale per l’emergenza lavoro, un programma di edilizia popolare per affrontare finalmente la questione dell’emergenza abitativa, una riforma integrale della filiera del cibo per rendere ciò che mangiamo eticamente sostenibile, una strategia di transizione ecologica per coniugare giustizia ambientale e sociale, interventi urgenti da mettere in atto contro le discriminazioni e a favore dell’uguaglianza, e la non più procrastinabile trasformazione radicale delle politiche migratorie. A proposito di questo, Soumahoro parte dai migranti italiani – i tanti giovani che vivono all’estero -, per poi passare ai cittadini stranieri presenti in Italia, sollecitando la “rottura delle politiche di razzializzazione”, in particolare attraverso l’abrogazione dei decreti sicurezza, l’eliminazione della Bossi-Fini, l’approvazione della legge sulla cittadinanza e la riforma del sistema d’accoglienza.

Il Forum per cambiare l’ordine delle cose da tempo sollecita la politica proprio su questi punti: appartengono alla nostra storia (leggi il Manifesto del Forum), e a quella di tanti altri percorsi, associazioni, movimenti. Punti che abbiamo ribadito anche in questi ultimi mesi con la campagna VISTO, dando testimonianze delle tante persone invisibilizzate da una politica miope, che da anni costruisce iniquità e discriminazioni: i decreti sicurezza prima, e la misura di regolarizzazione oggi – per come è stata pensata – ne rappresentano le conseguenze.

Vogliamo che la politica si faccia responsabile di un cambiamento al passo con la realtà, facendosi finalmente garante di diritti, la cui assenza alimenta odio e discriminazioni, investendo il quotidiano di tutti noi. Le situazioni critiche emerse in questo periodo di emergenza non sono in realtà correlate alla pandemia, ma a politiche parziali e discriminatorie, che vanno immediatamente cancellate.

Per questo quindi, per la storia del Forum e delle tante realtà che ne fanno parte, prendiamo atto del tentativo degli ‘Stati popolari’ di farsi megafono di queste istanze, sperando che possa essere contenitore e amplificatore delle molte lotte già presenti da tempo nei territori, che chiedono a gran voce di essere riconosciute, in un processo di crescita collettiva che valorizzi l’eterogeneità dei percorsi in essere.

Di seguito condividiamo il punto di vista di Mamadou Kovassi Idris, membro del CSA Ex Canapificio di Caserta, che fa parte del Forum nazionale per cambiare l’ordine delle cose, sulla necessità di superare politiche che escludono e minano l’autodeterminazione.