Rapporto annuale sull’economia dell’Immigrazione: nelle casse italiane entrano 18 miliardi, ma il potenziale è frenato dal lavoro nero

Ad oggi, i lavoratori stranieri producono il 9,5% del Pil italiano, pari a un Valore Aggiunto di 146,7 miliardi di euro, le tasse e i contributi versati corrispondono a un gettito annuo di 18 miliardi di euro. Cifre da capogiro, se pensiamo a come gli immigrati extracomunitari vengono trattati all’interno dell’agenda politica: un peso, che il più delle volte sembra ricascare sulle spalle della solita macchietta dell’italiano vittima degli stranieri.

Questo e molto altro emerge dal decimo Rapporto sull’economia dell’immigrazione redatto dalla Fondazione Leone Moressa e presentato il 14 ottobre.

Il potenziale economico è tra le altre cose frenato drasticamente dal lavoro nero, dalla presenza irregolare e dalla scarsissima mobilità sociale, inoltre dal 2011 l’Italia ha di fatto chiuso la porta agli immigrati extra-comunitari in cerca di lavoro, che per entrare in Italia hanno potuto usare solo i ricongiungimenti familiari o le richieste d’asilo.

L’impatto fiscale è chiaro, i benefici raddoppiano i costi.

Inoltre, altro dato emblematico, nell’ultimo decennio l’imprenditoria straniera è stata uno dei fenomeni più significativi: gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti (-9,4%), mentre i nati all’estero sono aumentati (+32,7%), le imprese straniere (con imprenditori che provengono per lo più da Bangladesh, Cina, Marocco, Romania e Pakistan) producono un Valore Aggiunto di 125,9 miliardi, pari all’8,0% del totale. E lo Stato ne è ben felice.

Ultimo punto da sottolineare riguarda la tanto discussa, e assolutamente riduttiva “sanatoria” che per ora ha portato nelle casse dello Stato 30 milioni di euro immediati (contributo una tantum al netto dei costi amministrativi), ma potrebbe portare altri 360 milioni di euro annui, sotto forma di tasse e contributi dei lavoratori regolarizzati.

Gli immigrati quindi non sono un peso, come si urla nei media pop e nelle teste volgarmente cresciute a pane e odio, ma hanno un peso, e non da poco, nell’economia italiana.