Napoli: quando la Lotta all’Esclusione Sociale diventa attività pratica

A parlare è Simona Talamo, coordinatrice dei progetti Sprar della Less Impresa Sociale, onlus di Napoli che già dal nome esplicita il proprio obiettivo: Less sta infatti per Lotta all’Esclusione Sociale, e indica il concetto su cui si basa la onlus, che “si propone di agire contro l’esclusione e la marginalità sociale, per la promozione della cittadinanza attiva e il pieno riconoscimento delle identità migranti”

L’esperienza della Onlus Less sul territorio, modello di una società inclusiva. 

“L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 non ci ha creato problemi particolari. Siamo riusciti anche ad attivare dei tirocini, e diverse persone hanno portato avanti i percorsi scolastici avviati”. A parlare è Simona Talamo, coordinatrice dei progetti Sprar della Less, cooperativa sociale di Napoli che già dal nome esplicita il proprio obiettivo: Less sta infatti per Lotta all’ESclusione Sociale, e indica il concetto su cui si basa la cooperativa, che “si propone di agire contro l’esclusione e la marginalità sociale, per la promozione della cittadinanza attiva e il pieno riconoscimento delle identità migranti”. Una battaglia, quella per l’inclusione e la promozione dei diritti, portata avanti fin dalle origini, quando, nel 1999, la cooperativa attiva alcuni sportelli di informazione e sostegno ai cittadini di origine straniera. Proprio dal lavoro sul campo e dall’osservazione di criticità e dinamiche nel 2004 viene fatto un passo in avanti. “Abbiamo portato avanti una lunga battaglia contro il lavoro nero nell’agricoltura, nel territorio vicino a Castelvolturno”, racconta Talamo, spiegando che “è proprio con questa campagna contro il bracciantato che ci siamo resi conto che molte persone sfruttate nei campi avrebbero potuto fare domanda d’asilo: semplicemente non lo sapevano, nessuno li aveva mai informati”. Da questa presa di consapevolezza è iniziato un percorso di sostegno per il riconoscimento del diritto alla protezione. Nel 2004 l’attivazione del primo progetto Sprar, “un piccolo centro, di 19 posti. Poi abbiamo ottenuto la gestione di un progetto da 25 posti”, spiega Talamo. Ma la cooperativa non ha mai accantonato l’azione sul territorio: è stato infatti mantenuto lo sportello informativo e di tutela legale. Un lavoro sul campo e di rete preziosissimo per molte persone accompagnate durante la domanda di protezione, ma non solo: la Less onlus è una delle prime realtà ad essersi occupata di diritto all’asilo e protezione internazionale sul territorio napoletano, e con il tempo ha creato una rete solida ed eterogenea. “Fungiamo da antenna territoriale, sono in molti a rivolgersi a noi”, sottolinea Talamo, ripercorrendo anche i numerosi percorsi di advocacy portati avanti: tra questi si inserisce quello oggi attivo con il Forum per cambiare l’ordine delle cose, relativo alle modifiche sollecitate rispetto al DL 130, che finalmente va a intervenire sul Decreto Sicurezza, la cui approvazione nel 2018 è andata a pesare sul concetto di accoglienza e inclusione che guida da sempre l’operato di Less, attenta all’accoglienza diffusa, alle relazioni interpersonali, alla costruzione di una rete e alla conoscenza del territorio. Sono solo tre i centri collettivi gestiti dalla cooperativa, e a capienza massima sono 28 posti. Le altre strutture di accoglienza sono appartamenti. “Stiamo attenti al fatto che le strutture si trovino nel centro cittadino, perché è lì che c’è la rete che abbiamo messo in piedi nel corso degli anni, lì ci sono i servizi e conseguentemente le possibilità di inclusione” nota Talamo.
Oltre all’accoglienza e all’accompagnamento dei richiedenti asilo nel percorso verso il riconoscimento della protezione, la cooperativa si occupa anche di sostegno psico-sociale, lavoro sul trauma, percorsi di formazione. Tra questi ultimi si inserisce la cooperativa ‘Tobilì: cucina in movimento’, nata nel 2016 dopo un percorso di formazione nel settore dell’auto imprenditorialità destinato a giovani italiani e migranti. Susanna, Levent, Bouyagui e Hosameldine sono i quattro giovani di origine straniera – provenienti rispettivamente da Armenia, Mali, Turchia ed Egitto – che hanno dato vita alla prima cooperativa di catering etnico in Campania gestita da richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale. Attualmente il presidente di Tobilì è Felix Arnold Mekontso, di origine camerunense, “accolto come richiedente asilo in una struttura per minori stranieri non accompagnati e poi inserito nel nostro progetto sprar”, spiega Vittorio Bianco, referente comunicazione della Less. Catering, ma anche corsi, eventi, e la gestione di due spazi ristorativi, uno a Napoli e l’altro a Castellammare di Stabia: queste le attività portate avanti da Tobilì, che ha tradotto la cucina in incontro, promozione del dialogo reciproco e percorsi di autonomia.

Accoglienza diffusa: un valore aggiunto per tutta la società
La cooperativa Tobilì è solo uno degli esempi concreti dei risultati di un’accoglienza diffusa, attenta alle relazioni e al sostegno dei singoli all’interno di una comunità. Sono molte le esperienze avviate in tal senso dalla Less Onlus, dalla formazione ai dipendenti pubblici all’attivazione di tirocini, anche al di fuori del tracciato Sprar. E’ il caso degli stages di  quest’anno: “Durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19 siamo riusciti ad attivare quindici tirocini presso Casoria ambiente, che ha pagato in maniera diretta le attività di formazione lavorativa”, spiega Talamo, mettendo nello stesso tempo in luce una delle difficoltà create dal Decreto sicurezza, e non ancora sanata dalle modifiche ad oggi in discussione al Senato. “In base alla normativa approvata nel 2018 molti richiedenti asilo sono stati esclusi dai percorsi di formazione e lavoro. Ma sappiamo che una persona che fa domanda di protezione internazionale può aspettare anche un anno o più per avere l’appuntamento presso la Commissione che dovrà valutare la sua richiesta”. Si va quindi a delineare per centinaia di persone la strutturazione istituzionale di un tempo sospeso, in cui “molti richiedenti sono costretti a lavorare in modo irregolare”.
Quanto denunciato da Talamo si inserisce in una critica complessiva alla destrutturazione dell’accoglienza compiuta dal Decreto sicurezza, che è intervenuto in un contesto già molto critico: da anni ai percorsi di inclusione si preferisce un modello di accoglienza che esclude e marginalizza, dove l’approccio securitario vince sulla valorizzazione delle persone e sulla garanzia dei diritti (il tema è stato approfondito dal dossier di ActionAid e OpenPolis, che abbiamo ripreso qui)
Eppure è l’accoglienza diffusa, di prossimità, che valorizza le reti sociali quella più efficace ed efficiente: dal punto di vista sociale, non solo per i cittadini migranti accolti ma per l’intera collettività, e anche dal punto di vista economico, perché una politica che esclude e non tutela crea problemi sociali che poi pesano su tutta la società. Lo ha palesato l’emergenza sanitaria legata al coronavirus. Nei grandi centri si è assistito all’esplosione di problematiche legate al sovraffollamento e alla mancanza di reti interpersonali, mentre sono moltissime le persone che, escluse dall’accoglienza, hanno visto aumentare la propria situazione di vulnerabilità: persone senza più una casa, uomini e donne che hanno perso il lavoro e sono state costrette a ingrossare le fila dell’irregolarità. L’esempio della Less onlus evidenzia che investire sull’opposto non solo è possibile, ma è urgente. “I nostri centri sono quasi tutti appartamenti, o comunque strutture piccole: non ci sono stati problemi di gestione della situazione”, evidenzia ancora una volta Simona Talamo, sottolineando come siano proseguiti senza criticità i corsi di italiano, “con gli stessi docenti di sempre che hanno prontamente utilizzato una piattaforma on-line. Inoltre, quindici persone hanno concluso il ciclo scolastico e sono passate in terza media. E la nostra rete, la conoscenza del territorio, l’importanza delle relazioni interpersonali ha permesso di proseguire le attività e di non lasciare indietro nessuno”.

La Less aderisce, insieme ad altre 50 realtà attive sul territorio nazionale al Forum per cambiare l’ordine delle cose

Serena Chiodo per il Forum per cambiare l’ordine delle cose

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