La Città Invisibile esiste, ed è a Termoli.

Sostegno, aiuto, ma soprattutto relazioni: l’esperienza di un gruppo di volontari che dal 2016 propone una società diversa e già presente. Ne parliamo con uno di loro, Davide Di Rado.

 

Il murales nel cortile dell’associazione ‘La città invisibile’

 

Un dormitorio aperto h24, colazioni tutti i giorni, ma anche sostegno legale e sociale: sono alcune delle attività de La Città Invisibile, realtà nata a Termoli nel 2016, dopo un lavoro di analisi sul territorio e le sue necessità, con uno sguardo incentrato sulle tematiche sociali. Uno studio realizzato da un gruppo di volontari, che dopo l’inchiesta non si sono fermati: dall’osservazione di alcune esigenze hanno iniziato a pensare a delle risposte, tutte incentrate sulle relazioni umane, lo scambio, l’autodeterminazione. “Noi mettiamo tutto sul tavolo, chi vuole si serve. La lavatrice è a disposizione di tutti, non laviamo noi i vestiti”, precisa Davide Di Rado, uno dei membri dell’associazione, sottolineando che per l’accesso allo spazio non è richiesto alcun documento.
La maggior parte della gente che anima l’associazione viene da “quel vasto pezzo di società noto come terzo settore”, si legge sulla pagina Facebook, dove si specifica: “Siamo un gruppo eterogeneo di lavoratrici e lavoratori del sociale. Alcuni si occupano dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, altri sostengono le persone che attraversano fasi di dipendenza da sostanze, alcuni accompagnano coloro che soffrono di un disagio mentale verso un reinserimento nella propria comunità, mentre altri si occupano di aiutare coloro che finiscono ai margini della società della crisi”.
Le attività, portate avanti grazie all’impegno dei volontari e alle donazioni della cittadinanza, che consistono in beni di prima necessità, si esplicitano all’interno di locali di proprietà del Comune dove prima c’era il carcere. Nel 2018 la giunta ha dato la concessione d’uso, per poi però non rinnovarla né rispondere alla richieste di regolarizzazione. Ciononostante, le azioni proseguono: e se prima erano importanti, ora, in questo periodo attraversato dall’emergenza sanitaria del Covid19, sono essenziali. Oltre alle colazioni e alla gestione del centro, da settembre 2018 l’associazione si occupa anche di sostegno legale e sociale per i cittadini migranti presenti sul territorio, con uno sportello di orientamento, a cui quest’anno si sono rivolte circa un centinaio di persone.
Da una collaborazione con Fa.C.E.D. Onlus, che si occupa specificatamente di dipendenze, e con On The Road Onlus, che opera in Molise, Abruzzo e Marche, è nata una sinergia incentrata sul contrasto allo sfruttamento sessuale e lavorativo. Proprio di quest’ultimo si occupa Di Rado, che sottolinea: “Quando si parla di sfruttamento delle persone migranti si pensa subito all’agricoltura, alle campagne del sud. In realtà questo problema riguarda tutti gli ambiti”. Di Rado fa notare come siamo proprio i centri di accoglienza i luoghi dove i caporali vanno a reclutare manodopera: “La nostra unità mobile va proprio fuori dai centri, anche ora che ne sono stati chiusi due su tre. Il luogo di reclutamento resta lo stesso, accanto alla struttura”.

Durante la prima fase della pandemia, le tre associazioni hanno promosso la nascita di una rete con varie realtà operanti sul territorio, che ha dato vita un tavolo con la giunta, focalizzato sulle persone senza dimora e sulle necessità più stringenti, tra cui ovviamente la casa. “Grazie a questo tavolo siamo stati uno dei pochi comuni in Italia a garantire un posto alle persone senza tetto durante il lockdown”, spiega Di Rado: nella palestra di una scuola media è stato aperto un dormitorio. Dodici le persone ospitate. “La casa è una delle problematiche più importanti”, sottolinea Di Rado, continuando: “Nel nostro comune come in tutta Italia ci sono molti luoghi abbandonati, sia pubblici sia privati. Così come ci sono moltissime persone senza casa. Manca un finanziamento in chiave di un recupero sociale”. Di Rado evidenzia l’assenza di percorsi di sostegno che siano olistici, piuttosto che meri aiuti economici: “Serve una presa in carico reale, occorre guardare sul lungo periodo”. E’ proprio questo l’approccio su cui ci si basa La Città invisibile. “Cerchiamo di stabilire una socialità. Il nostro è un luogo vissuto, dove si sta insieme. Un luogo caldo, dove ci sono relazioni”. Relazioni: questa la parola chiave negli interventi dell’associazione, che guardano al benessere della persona, al suo ruolo attivo nella comunità, al sostegno del proprio percorso di autodeterminazione.