Italia-Libia ed oltre. La programmazione europea per respingere i migranti

Si chiudono i porti, si chiudono le frontiere, le ambasciate rilasciano sempre meno visti per studio e l’accesso alla mobilità per lavoro è pressoché impossibile: come possiamo non pensare che l’emergenza non sia una strategia per continuare a mantenere l’immigrazione come strumento di propaganda politica?
Foto di Matteo Oi

Di Giovanna Cavallo*

Con la straordinaria campagna civica contro gli accordi con la Libia che ormai denuncia da anni le violazioni perpetrare contro i migranti e delle quali ci rendiamo complici continuando a finanziare le autorità libiche, abbiamo puntato di nuovo il dito contro le forze politiche italiane che in modo trasversale, a parte alcune eccezioni, proseguono a mantenere rapporti politici e di cooperazione con Tripoli per fermare a tutti i costi i migranti.

Ma da dove nascono questi protocolli di intesa internazionali?

Per rispondere facciamo un passo indietro rispetto al periodo in cui è nato il “memorandum” con la Libia che comunque purtroppo non è l’unico strumento del quale l’Italia, ma anche l’Europa, si dota per rafforzare il muro della sua fortezza. 

Nel settembre 2008 il consiglio d’Europa, organismo collettivo della comunità europea, che definisce “le priorità e gli indirizzi politici” generali dell’Unione europea, pubblica un pacchetto di indicazioni denominato patto europeo per l’immigrazione e l’asilo che costituisce la base per le politiche dell’Unione europea in materia di immigrazione e di asilo. Basato su uno “spirito di reciproca responsabilità e solidarietà tra gli Stati membri e di rinnovato partenariato con i paesi terzi” al paragrafo secondo si legge “Il Consiglio europeo ribadisce la propria determinazione a combattere l’immigrazione clandestina (…) il rafforzamento della cooperazione degli Stati membri e della Commissione con i paesi di origine e di transito per combattere l’immigrazione clandestina nel quadro dell’approccio globale in materia di migrazione rappresenta una necessità

Questo approccio verso i paesi terzi viene ulteriormente rafforzato nell’art 1[1] del Programma di Stoccolma, che insieme a quello dell’AJA e di Tampere rappresentano i fondamenti delle politiche europee in materia di immigrazione, diventando la cornice legale entro la quale costruire il “dialogo con i paesi terzi in base agli interessi reciproci”. Ci chiediamo a questo punto di chi sono questi interessi? Le parole chiave sulle quali viene adottato il piano immigrazione del programma di Stoccolma 2010 – 2014 sono infatti responsabilità, solidarietà, partenariato, che nei fatti e nelle prassi più volte denunciate, attuano misure volte a mantenere fuori dai confini comunitari le cosiddette migrazioni illegali anche a costo di pagare per fermarle! Si dividono i “buoni” bisognosi di protezione dai “cattivi” migranti irregolari, verso i quali si adottano misure di contenimento alle frontiere ed esternalizzando e appaltando controlli e respingimenti. Tra il 2010 e il 2020 cresce straordinariamente il ruolo di Frontex e vengono inaugurati diversi strumenti di contenimento affidati ad alcuni paesi terzi con maggiore pressione migratoria, oppure oggetto di transito dei flussi.  La comunità europea stipula oltre 30 accordi dei quali almeno la metà sono sottoscritti dall’Italia: si tratta di memorandum di intesa, accordi di riammissione, trattati di cooperazione che a vario titolo e nonostante i nomi diversi, propongono veri e propri scambi coloniali; per esempio i paesi di origine con i quali si stipulano i patti, facilitano l’identificazione dei propri cittadini da espellere in cambio di visti e denaro. Il principio che determina questo tipo di rapporti economici con i paesi di partenza e di transito è quello della cosiddetta condizionalità migratoria[2] che viene usato per stabilire “il prezzo” degli accordi come in una sorta di mercato, nel quale pagare per decidere il destino degli esseri umani.

Come sappiamo proprio oggi viene implicitamente dato il lasciapassare per procedere al rinnovo del memorandum con la Libia che avverrà nel febbraio prossimo. Altrettanto celebre per la sua crudeltà l’accordo con la Turchia targato UE. Ma come abbiamo visto sono numerosi altri gli accordi e i memorandum ad essere denunciati per la loro natura e applicazione: quello con il Niger denominato “emergency transit mechanism”[3] che similmente all’accordo con Ankara, prevederebbe in cambio del “trattenimento” del flusso in transito verso l’Europa dei migranti, un sistema di reinsediamento che rimane tutta via sulla carta[4]. Per quanto riguarda l’Italia abbiamo in essere i seguenti accordi:

Albania 2009 accordi quadro europeo

Algeria 2009 accordi di polizia

Libia 2017 memorandum di intesa

Marocco 2017 accordi di polizia

Tunisia 2017 accordi di polizia

Turchia 2001 accordi di polizia

Ghana 2010 memorandum di intesa

Niger 2011 memorandum di intesa

Nigeria 2011 memorandum di intesa

Senegal 2010 memorandum di intesa

Sudan 2016 memorandum di intesa

Gambia 2010 Accordo di polizia

Pakistan 2000 accordo di polizia

Filippine 2004 accordo di polizia

Ma un altro aspetto che bisogna evidenziare delle programmazioni europee è che oltre che essere caratterizzate come abbiamo visto da straordinarie politiche di contenimento, non lasciano alcuno scampo neanche alle legali vie di ingresso. Nel corso di questi ultimi 15 anni, se consideriamo il primo patto europeo del 2008 con il quale si invitavano gli stati membri “ad attuare con i mezzi più adeguati politiche d’immigrazione professionale che tengano conto dei bisogni del mercato del lavoro…e facilitare l’accoglienza di studenti e ricercatori”, la migrazione legale e le politiche ad essa connesse, scompaiono dall’agenda politica della commissione; in questo senso le parole del Vice Presidente della commissione europea Schinas a proposito del nuovo patto europeo del 2020[5]: “l’immigrazione legale diventa una faccenda da affrontare in un secondo momento”. In modo abbastanza trasversale si sono sempre evidenziate queste misure che contrastano la migrazione chiudendo in modo sempre più ermetico le frontiere, anche alla migrazione legale.

Si chiudono i porti, si chiudono le frontiere, le ambasciate rilasciano sempre meno visti per studio e l’accesso alla mobilità per lavoro è pressoché impossibile: come possiamo non pensare che l’emergenza non sia una strategia per continuare a mantenere l’immigrazione come strumento di propaganda politica?

Il nuovo patto del 2020 ora in discussione al parlamento europeo rischia di ingenerare nuove criticità e violazioni dei diritti umani per richiedenti asilo e rifugiati e di chiudere definitivamente le politiche di accesso legali per motivi di lavoro.

*Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose


[1] Attraverso lo sviluppo dell’approccio globale in materia di migrazione, la dimensione esterna della politica migratoria dell’Unione Europea, si incentra sul dialogo e sui partenariati con i paesi terzi in base ad interessi reciproci.

[2] Nei cinque anni di applicazione del Trattato di Amsterdam (1999-2004) l’Europa non è stata neppure capace di adottare direttive vincolanti che consentissero effettive possibilità di ingresso per i migranti in cerca di occupazione e per i richiedenti asilo o protezione umanitaria, riuscendo a trovare una intesa solo su misure sempre più restrittive, come per il riconoscimento reciproco dei provvedimenti di espulsione o i rimpatri congiunti, direttive che però sono spesso rimaste sulla carta anche per la diversità di interpretazioni nelle diverse applicazioni a livello nazionale.

In base all’art. 63 del Trattato CE il Consiglio avrebbe dovuto concludere entro maggio del 2004 accordi di riammissione o includere clausole standard di riammissione negli accordi di cooperazione economica e di associazione. Queste intese sono sostanzialmente fallite per le diverse posizioni dei partners europei nei rapporti con i paesi di origine e di provenienza (e sulla distribuzioni delle enormi spese delle politiche di sbarramento delle frontiere e di rimpatrio forzato). Si è pensato di potere convincere con aiuti economici i paesi di transito, in modo che questi provvedessero direttamente al blocco ed all’internamento dei migranti irregolari, compresi quelli che, una volta giunti in Europa, avrebbero potuto presentare con buone probabilità di successo una domanda di asilo. Il principio della cd. condizionalità migratoria, che avrebbe subordinato le politiche degli aiuti economici alla “collaborazione” nella riammissione dei migranti irregolari, proposto inizialmente dal ministro degli interni inglese Blunkett nel Consiglio di Salonicco del 2003, non è stato mai approvato con una direttiva esplicita, malgrado il sostegno prontamente offerto dal governo Berlusconi e dal governo Aznar. Ma tuttavia ha caratterizzato decine e decine di accordi bilaterali.

[3] https://reporting.unhcr.org/sites/default/files/Niger%20ETM%20Factsheet%20May%202021.pdf

[4] Con la presenza di 233mila rifugiati sotto mandato ONU in Niger, solo 3000 persone sono state reinsediate dall’inizio del piano nel 2017;

[5] https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/promoting-our-european-way-life/new-pact-migration-and-asylum_it

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