Avete #VISTO le condizioni dei braccianti? 

Nel 2010 gli avvenimenti noti come ‘la rivolta di Rosarno’, in Calabria, mostrarono a tutti le condizioni di vita e lavoro dei braccianti. Oggi, a distanza di 10 anni, la situazione non è cambiata, in Calabria come in tutta Italia. Sfruttamento, caporalato, baraccopoli continuano a essere la vita quotidiana di migliaia di lavoratori. Persone cui oggi le istituzioni pensano, con una misura di regolarizzazione che però non può dirci soddisfatti: le ragioni le abbiamo spiegate qui con il nostro Gianfranco Schiavone, e ne parleremo qui. 

 

Dallo sciopero dei braccianti a Foggia ci arriva una foto-testimonianza dell’associazione Pensare Migrante, andata in Puglia con due attiviste del team legale per informare i braccianti dell’imminente emersione, e che ha finito per accompagnare i migranti nella loro azione di protesta.

 

Foggia 2020. Camilla Macciani, Pensare Migrante

 

Insieme a questa testimonianza ci arriva anche un’instantanea dello sciopero dei braccianti a Reggio Calabria, nel 2012 (foto Alessio Magro, Rete Radici).

Rosarno 2012. Alessio Magro, Rete Radici

Tra i due scioperi poco o nulla è cambiato, e le similitudini tra le due piane a vocazione agricola mostrano le facce di un uguale sfruttamento.  

I lavoratori africani vivono in condizioni disumane, sottoposti alla violenza strutturale imposta dalle cosche e dai caporali, se non dai proprietari terrieri per i quali svolgono mano d’opera. Tra vecchi casolari e ex fabbriche sorgono i ricoveri di fortuna per i 2-3mila migranti impiegati come braccianti, con giacigli ricavati con cartoni pressati e qualche materasso usato, bombole del gas e fornelli da campo per cucinare, tende da campeggio sistemate una dietro l’altra sotto i tetti diroccati degli insediamenti, anneriti dal fumo dei fuochi accesi all’interno per resistere al freddo: una pratica diffusa, e dannosissima, per cui persone giovani si ammalano. La maggior parte di questi lavoratori contraggono infatti malattie polmonari provocate dalle esalazioni nocive delle combustioni, come testimoniano le inchieste effettuate sul campo dai medici volontari.
Guadagnano 20-25 euro per 8-10 ore di lavoro. Spesso sono esposti senza precauzioni ad antiparassitari e sostanze chimiche che, raccontano, spargono sui campi a mani nude. I più fortunati riescono a farsi pagare a giornata. Per gli altri il compenso è di un euro a cassetta, ma solo i più robusti riescono a riempirne più di venti prima che cali il sole.

Oggi come dieci anni fa, in Puglia come in Calabria come in tutto il territorio nazionale, lo sfruttamento non conosce geografia né stagioni. Le rivendicazioni non sono mai cambiate, come ci raccontano gli attivisti di Rete Radici che dieci anni fa percorrevano le campagne di piana di Gioia Tauro, e cosi ci confermano gli attivisti di Pensare Migranti oggi tra i borghi del ghetto de La Capitanata pugliese.

Oggi come allora, questo sciopero chiede, al di là dei documenti di soggiorno e come è sempre accaduto, diritti e dignità del lavoro. Richieste alle quali qualcuno dovrà finalmente rispondere.