ACCOGLIENZA ISTITUZIONALE

 

Pensare l’accoglienza in termini di “diritto” significa impegnarsi, come società civile, in un dibattito sull’accoglienza istituzionale e pubblica.

Ad ogni diritto soggettivo di accoglienza corrisponde infatti un obbligo giuridico delle istituzioni a renderlo esigibile e non appare ulteriormente rinviabile la scelta di un modello di accoglienza, ossia del “se e come” tale diritto è effettivamente esigibile e presidiato e quali attori sociali vi sono implicati.

Accoglienza o controllo, sussidiarietà o sostituzione sono i poli di questo dibattito.

A seconda dei modelli infatti, in primis quello attuale (CAS-CPR) la segregazione dei migranti esclude a priori la società civile, la privatizzazione dei servizi territoriali pubblici, il meccanismo di gare al ribasso, le competenze professionali del terzo settore etico.

L’esperienza storica del modello dell’accoglienza integrata, diffusa ed emancipante, contrariamente al modello dei grandi centri segreganti o della privatizzazione al ribasso del capitolato CAS, offre invece una possibile prospettiva per “tenere insieme” ruoli e funzioni rispettivamente di istituzioni, servizi pubblici, terzo settore etico e attivismo sociale e civile in una ottica non sostitutiva né escludente di “cittadinanza”. 

Pensare l’accoglienza istituzionale significa pensare cosa e come (quale modello) pratiche, servizi e relazioni (accoglienza informale, accoglienza civica) possano partecipare a fare dell’accoglienza istituzionale un modello partecipativo e generativo

Le riflessioni sull’attuale stato dell’accoglienza istituzionale hanno portato l’attenzione sulle conseguenze dei più recenti cambiamenti normativi (come il D.L. Minniti Orlando e i cosiddetti D.L. Sicurezza I e II) e al tempo stesso sulle condizioni che si sono costruite nei decenni sugli impianti normativi esistenti (a partire dalla Turco-Napolitano, passando per la Bossi-Fini, la gestione dei flussi e delle sanatorie, ecc.), che si sono dimostrati perdenti in termini di battaglia culturale ed inefficienti relativamente alla gestione della portata storica dei flussi migratori.

Gli ultimi cambiamenti normativi hanno snaturato e reso inefficiente il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), nel processo di trasformazione in SIstema di protezione per titolari di PROtezione Internazionale e per i MInori stranieri non accompagnati (SIPROIMI).

Insieme a diversi altri mutamenti sostanziali, l’esclusione delle persone richiedenti asilo, l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e contemporaneamente la riduzione dei cosiddetti Centri d’Accoglienza Straordinaria (CAS) in grandi contenitori che offrono servizi a bassissima soglia, suggeriscono che il modello italiano che si sta delineando sia un modello fondato sulla separazione e sulla passivizzazione delle persone migranti.

Questa situazione ci porta a rivendicare la necessità di lavorare per un nuovo sistema di accoglienza, che sia veramente un “sistema” e non solo un insieme di progetti, a breve-medio termine, e che sia un sistema pubblico, parte integrante e integrata nel welfare.

Il primo passo è necessariamente l’abrogazione dei “decreti Sicurezza” che permetta di riprendere l’esperienza dello SPRAR.

Contemporaneamente, è necessario un ripensamento del precedente SPRAR, modificando in primis il criterio di volontarietà dell’adesione dei Comuni.

Questo elemento è stato riscontrato come critico in quanto ha sia portato ad una presenza a macchia di leopardo dei progetti nel territorio italiano, rendendo difficile il lavoro per una “cultura dell’accoglienza”, sia adombrato le responsabilità delle amministrazioni locali in tema di protezione internazionale. L’accoglienza diffusa è stata, ed è tutt’ora, un ottimo esempio di integrazione che va tutelato ed il primo passo per farlo è mettendolo a sistema nell’intero territorio nazionale. 

Nel processo di integrazione dei servizi pubblici, inoltre, è necessario lavorare sulla rete dei servizi del welfare locali e nazionali, includendo anche il Sistema Sanitario Nazionale, le scuole pubbliche e ad altri servizi di protezione, educazione e integrazione.

Va superata la divisione tra servizi per gli italiani e per i cittadini stranieri, attraverso pratiche di inclusione che costruiscano percorsi comuni. L’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati deve diventare parte integrante della gestione dei servizi alla persona e come tale non può più essere facoltativo né essere per così dire “separato” dalla programmazione socio-assistenziale del territorio.

Attraverso pratiche dal basso ma anche attraverso l’utilizzo più flessibile ed articolato degli strumenti previsti dallo SPRAR c’è bisogno di costruire delle attività nelle quali è necessario che emergano gli interessi ed i bisogni comuni, come può essere il bisogno di sostegno al reddito o l’orientamento, in modo che i servizi per gli italiani ed i migranti siano condivisi attraverso esperienze concrete e quotidiane.

Strumento fondamentale a tal fine è La rete, ribadita più volte come leva fondamentale per un buon funzionamento di un sistema di tutela e di integrazione che vuole mirare alla reale convivenza tra cittadini di un territorio, che ne migliori le condizioni di vita e ne riconosca i diritti indipendentemente dalla provenienza.  Sempre più impegno va inoltre riposto nella valorizzazione del protagonismo migrante, perché dalle diaspore, dal movimento per la cittadinanza, dalle comunità dei diversi paesi emergano le necessità e le potenzialità.

Sarebbe necessario inoltre che gli operatori dei diversi tipi di strutture di accoglienza e le organizzazioni stesse, non si posizionino solo come “enti gestori” che si assumono la delega di “gestire” fenomeni complessi in modo che creino meno problemi possibili, ma che si riapproprino di un ruolo professionale e di advocacy che vada al di là del singolo progetto e risponda alle esigenze del territorio al di là di chi lo abita, immigrati e/o autoctoni, ai fini di riconoscersi in una progettualità comune.

Questo può declinarsi in un monitoraggio delle organizzazioni coinvolte, in un lavoro di coinvolgimento e professionalizzazione di figure chiave come quella dei mediatori linguistico-culturali, ma anche nella decisione degli operatori dell’accoglienza di autoconvocarsi per portare avanti un ragionamento condiviso.

L’accoglienza dovrebbe essere un percorso partecipato per costruire antidoti quotidiani all’odio ed al razzismo. Gli Enti Gestori dei progetti di accoglienza non possono pensare di tutelare solo le persone in accoglienza ma devono rendersi disponibili per tutte le persone che sono sul territorio.

Pertanto, così come già sperimentato a Parma, Caserta, Brindisi/Ostuni, sarebbe fondamentale avere Sportelli di tutela e orientamento aperti a tutto il territorio, gestiti da operatori socio legali dello SPRAR, magari coadiuvati da attivisti e/o volontari di realtà territoriali, che possano essere un punto di ascolto, di inchiesta e di aggregazione tra i migranti e gli attivisti e gli operatori sociali.

Parallelamente a tali riflessioni, emerge la necessità per l’accoglienza istituzionale di uscire dall’autoreferenzialità e a porsi in un processo che, attraversando i livelli locali e nazionali, si ponga in relazione con una dimensione europea. Ogni scelta relativa all’accoglienza travalica il tema della protezione internazionale, portando ad un ragionamento sui canali di entrata legali, sulle politiche dei visti e sulla regolarizzazione attraverso il lavoro.

In altre parole, si tratta di un lavoro che parte dal riconoscimento della funzione dell’accoglienza, che non è solo di natura umanitaria, ma riguarda le capacità di intervento sul cambiamento sociale.

 

Da qui, alcune proposte sono:

–          tra le prime azioni da fare in ogni territorio vi è l’opposizione al trasferimento dei richiedenti asilo ai Cas, creando campagne condivise con la cittadinanza ed informando le Prefetture ed il Servizio Centrale. Tali campagne ed interlocuzioni sono già partite dagli SPRAR di Caserta, Napoli e Parma. È necessario pertanto superare le due Circolari inviate dal Ministero a dicembre 2019 e creare sui territori iniziative in tal senso;

–          l’istituzione di un sistema pubblico obbligatorio da inserire nella rete nazionale dei comuni italiani, come reali capofila e attuatori del processo di accoglienza;

–          il passaggio di consegne del tema dell’accoglienza al sistema di welfare nazionale che possa lavorare in stretta connessione e collaborazione costruttiva con le amministrazioni locali. Questo perché gli enti locali possano riguadagnare e rimettere al centro il loro ruolo principe in materia di welfare;

–          la proposta di un’autoconvocazione degli operatori del SIPROIMI / centri di accoglienza istituzionale;

–          il lancio della campagna “Hai visto?” nella polisemia della parola “visto”, come battaglia culturale, come narrazione politica efficace, come possibilità di ingresso regolare. È necessario mostrare come le ultime scelte legislative abbiano banalizzato il tema, riducendolo alla mera questione della sicurezza pubblica (con necessaria conseguenza dei respingimenti per ragioni di difesa interna) e oscurando, invece, le tematiche basilari di diritti civili e sociali degli arrivati (aggiungendo i 5 milioni di persone usciti dall’agenda politica senza contraddittorio). Si dovrebbe parlare, sì, di sicurezza, ma di quella comune, della comunità tutta, dove le istituzioni indossino l’abito del protagonista, promuovendo città e dimensioni collettive a misura d’uomo, ricomponendo i diritti come questione pubblica di tutte e tutti.

 

Servono interventi che mirino a rispondere alle esigenze delle persone migranti, che dopo le ultime leggi, si sono moltiplicate ed aggravate sui territori, offrendo servizi anche al di fuori delle persone in carico ai progetti SPRAR/SIPROIMI e, con questo, la mobilitazione degli operatori e della società civile per un sistema di accoglienza in grado di accompagnare le persone nelle diverse fasi della permanenza in Italia, fino al raggiungimento dell’autonomia, in costante relazione con chi convive negli stessi territori.