ACCOGLIENZA INFORMALE

 

Il Gruppo di Lavoro ha visto una partecipazione molto diversificata, con la presenza di operatori di settore, assistenti sociali, giornalisti, volontari e attivisti. Mancano anche qui le persone direttamente interessate, quelle accolte, pertanto ci si interroga su protagonismi sbilanciati, e la necessità di una evoluzione, anche alla luce della cifra che il Forum aveva proposto nella sua seconda edizione (forte presenza delle persone migranti).

I contesti dai quali proveniamo nel gruppo sono molto diversi tra di loro, e tuttavia presentano nell’eterogeneità sfide e difficoltà comuni: Bolzano, Udine, Sardegna, Borgo Mezzanotte, Roma, Milano.  La provenienza laziale è maggioritaria, utile per analisi del territorio, con criticità e potenzialità.

L’accoglienza informale presenta molteplici facce e problematicità, su questo c’è assoluta convergenza.
I luoghi informali portano con sé una grande responsabilità, perché rappresentano per le persone migranti lo spazio del sostegno, ma devono essere anche il luogo della denuncia, lo spazio dove compiere il primo passo che permetta loro di emanciparsi. I protagonismi delle persone migranti vanno sostenuti e accompagnati perché deve essere chiara una cosa: la intermediazione delle persone operatrici, nelle circostanze date, non può più bastare. E’ arrivato il momento di dare spazio alla partecipazione delle parti in causa, per la costruzione di battaglie comuni di lotta e di empowerment sui diritti. L’esempio di Bolzano, che si è presa in carico la gestione delle persone abbandonate a sé stesse per 14 mesi in un palazzo di 6 piani dimostra plasticamente, e dati alla mano, che il bisogno esiste. Ma come far valere questo bisogno, e dunque il conseguente diritto, nella comunicazione politica del lavoro che si fa resta una sfida molto importante.
Perché, con una torsione del tutto indesiderata, si rischia poi di fare il gioco delle istituzioni locali che si disimpegnano. 

Lo smantellamento dei ghetti? Quello a cui si assiste per alcuni di questi luoghi ghetto invivibili – il riferimento in particolare è a Borgo Mezzanone e Rosarno – è la creazione di una economia interna e la mobilitazione di molti attori come ong e sindacati, con il paradossale risultato che vengono a determinarsi interessi nella gestione di questi ghetti. Come fai a smantellarli, poi? Alcuni dei luoghi rifugio, vedi Rosarno, sono “lasciati in pace” da parte delle forze dell’ordine. La tendopoli ricostruita al ghetto di Rignano è crollata dopo due giorni per via del maltempo. Questo dimostra una chiara volontà politica di dis-accoglienza, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. 

Il problema comune è la residenza, anche per coloro che hanno il permesso da convertire in permesso di lavoro. A Borgo Mezzanone chiedono il contratto di casa (sigh!). Inoltre, la drammatica cancellazione della protezione umanitaria ha prodotto la distruzione di ogni possibilità di accesso legale, nella maggioranza dei casi. Questo determina un effetto barbonizzazione del fenomeno, molto complesso e difficile da gestire. Perché rischia di mettere a dura prova il lavoro di chi fa outreach, mettendosi alla ricerca dei migranti per fornire parziali servizi di assistenza. In alcuni casi è a rischio la stessa incolumità delle persone operatrici, perché le persone migranti ridotte allo stato di barboni vogliono tenersi alla larga da qualsiasi precaria forma di intervento, per quanto sicuro e amichevole (il caso di Ospiti in Arrivo a Udine, e non solo), temendo che questo avvicinamento richiami le forze dell’ordine.
Nel corso dei lavori, vengono illustrate diverse situazioni di dis-accoglienza che si produce per coloro che arrivano via terra lungo la rotta balcanica, nella zona tedesca e dalla Francia.  Come agire in questa varietà di casi? Come misurare la nostra azione? Come agiamo il conflitto che è assolutamente necessario attraversare e non disconoscere? Quale equilibrio, o movimento, fra conflitto e uso della disobbedienza civile? Sono domande che ricorrono nella intelaiatura della conversazione, tra le persone che rivendicano anche la necessità di superare vecchie disfunzioni del sistema asilo,  che è diventata cosa ben diversa da come era stata inizialmente immaginata e concepita.  

In primis, sarebbe utile identificare con precisione le diverse tipologia di presenza in questi campi informali ed elencare le cause che portano le persone in questi luoghi.  Dal gruppo di lavoro emerge con forza il bisogno di dedicare tempo e pressione politica su due categorie in particolare: le persone in transito e i “dublinati”, sia in arrivo (non accolti a Fiumicino e poi sostanzialmente lasciati per strada) sia in uscita. Le storie di mobbizzazione sono frequenti, a anche prolungate nel tempo.

Agenda comune di lavoro per il prossimo futuro

Qui di seguito sono elencate le azioni ravvisate come necessarie nel campo della accoglienza informale:

1.    La prima e necessaria azione da compiere è la mappatura corretta di questi non luoghi. La mappatura è indispensabile come mezzo sociale e politico per poter denunciare le situazioni sgradevoli – quando non del tutto disumane – con cui veniamo in contatto, ma anche indispensabile per poter offrire il sostegno necessario alle persone che si trovano in questi luoghi, come enunciato anche in precedenza. Il rapporto NAGA sotto questo profilo è una pratica molto valida, che deve essere in qualche modo replicata altrove;

2. Altra priorità di lavoro riguarda il problema più grande per le persone accolte, quello dell’iscrizione anagrafica, della residenza, che di fatto impedisce l’accesso ad altri servizi e diritti. Fondamentale organizzare un focus comune di lavoro su questo versante;

3. L’accesso alle questure: troppi uffici immigrazione sono di fatto “blindati” lasciando così le persone fuori dalla procedura di richiesta protezione internazionale. Il sistema operativo delle questure appare ormai fondato sulla totale discrezionalità. Troppe le diversità da una città all’altra. Su questo aspetto è necessario intervenire collettivamente, con un’azione comune;

4. La richiesta di protezione internazionale rimane l’unico modo per regolarizzarsi; serve una forte pressione politica per aver accesso a PDS per motivi di lavoro. Questo non vuol dire necessariamente una sanatoria, ma di sicuro vuol dire ripristino di flussi regolari, accessibili a tutti;

5. I volontari che operano nei campi informali sono spesso soggetti poco professionalizzati, scarsamente formati ad affrontare le spinose questioni legate alle singole storie personali. Non sono in possesso degli strumenti corretti per la mappatura dei bisogni. Anche su questo fronte è indispensabile intervenire con percorsi di professionalizzazione, affinché siano formate ad un atteggiamento emancipatorio;

6. Occorre ripristinare la fiducia, in sempre più occasioni scalfita, tra persone operatrici e migranti. L’aumentata precarietà delle persone che occupano i campi informali ha portato ad un peggioramento dei rapporti con i volontari stessi. Su questa rottura della fiducia si interviene non solo con percorsi di professionalizzazione delle persone operatrici, ma anche con una chiara visione di protagonismo dei migranti. Le persone interessate devono partecipare più attivamente al conflitto in essere, sui territori, e magari anche a livello nazionale.

In sintesi:

·         Come superare i campi informali? Rimuovere le cause che tengono le persone in strada.

·         Scollegare dunque gli ingressi dalla protezione internazionale.

·         Garanzia del diritto di soggiorno per evitare il ricatto continuo del rinnovo del titolo.

·         Attenzione alla criminalizzazione degli attivisti e campagna politica contro la criminalizzazione della solidarietà. Campagna: HAI VISTO? /Ci avete visto/ Hai il visto?

·         Coinvolgimento attivo di tutte le parti in causa: responsabilizzazione delle persone coinvolte per evitare intermediazioni continue.