Il paradosso dell’invisibilità

Quando una morte annunciata diventa routine istituzionale

La morte di Alagie Singathe, 29 anni, bracciante, trovato senza vita nell’insediamento di Torretta Antonacci, non è un episodio isolato né un evento imprevedibile. È l’ennesima conferma di un paradosso che attraversa il nostro Paese: sappiamo perfettamente dove si muore, perché si muore e quali scelte politiche producono queste condizioni. Eppure, continuiamo a trattare ogni tragedia come un fatto individuale, un destino crudele, un incidente.

Torretta Antonacci non è un luogo “ai margini”: è un ghetto istituzionalizzato, noto da anni, visitato da delegazioni, raccontato da giornalisti, denunciato da sindacati e associazioni. È un pezzo di territorio in cui centinaia di persone vivono e lavorano in condizioni che nessuno considererebbe accettabili per sé, ma che diventano improvvisamente “tollerabili” quando riguardano i braccianti stranieri.

Il Segretario della FLAI CGIL Puglia, Antonio Ligorio, lo ha detto con chiarezza: “Questa  morte è un fatto politico”.

Il paradosso è tutto qui, ciò che sappiamo non produce cambiamento. Le denunce non producono interventi e le tragedie non producono responsabilità. Il paradosso dei ghetti è che tutti li condannano ma nessuno li supera e così restano luoghi dove si concentrano sfruttamento, isolamento, assenza di servizi, precarietà abitativa, ricattabilità lavorativa. Luoghi che non esistono per caso, ma perché convengono a qualcuno e non rappresentano una priorità per altri. Il risultato è che la vita quotidiana di migliaia di persone continua a scorrere in condizioni disumane, mentre la politica discute di “emergenze” che emergenze non sono, ma sono strutture permanenti, prodotte da scelte precise.

Il territorio che cede e le persone che pagano

Le piogge che hanno colpito la Puglia negli ultimi giorni hanno mostrato un altro paradosso. Mentre si parla di transizione ecologica, Green Deal, resilienza climatica, intere aree agricole restano esposte a dissesto idrogeologico, allagamenti, infrastrutture fragili. Campi sommersi, colture distrutte, giornate di lavoro cancellate e chi vive nei ghetti, spesso in baracche, container, strutture precarie, è il primo a subire gli effetti di un territorio abbandonato.

Non è solo un problema ambientale, è un problema sociale, economico, politico.
E riguarda tutti. La verità è che manca una strategia organica di prevenzione, manutenzione, messa in sicurezza. Manca la volontà di considerare il territorio e le persone che lo abitano come una priorità. Il risultato è che ogni pioggia intensa diventa emergenza, ogni emergenza diventa tragedia, ogni tragedia diventa un comunicato. E poi tutto ricomincia.

Mai più ghetti non può essere uno slogan, perchè superare i ghetti significa costruire alternative, non spostare baracche e la morte di Alagie non è un incidente.
È il prodotto di un sistema che produce vulnerabilità e poi la chiama fatalità e che continua a considerare alcune vite sacrificabili.

Raccontare questa storia significa rompere quel silenzio. La campagna #Paradossi nasce proprio per rendere visibile ciò che si vuole tenere nascosto, per trasformare l’indignazione in azione, per costruire alternative reali. Perché finché continueremo a contare i morti e i danni dopo ogni emergenza, senza affrontarne le cause, continueremo a vivere in un Paese che accetta l’inaccettabile. E questo non può più essere normale.

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