L’anno è quasi finito e l’Italia, si sa, non delude mai quando si tratta di scrivere nuove puntate della saga “Flussi, burocrazia e illusioni migratorie”.
Nel 2025 abbiamo ingerito pillole dal sapore sempre più amaro. Altri decreti dai nomi solenni: DL 37 che stabilisce la possibilità di detenzione oltre i confini nazionali, DL 36 per una cittadinanza selettiva e in ultimo il DL 146 come promesse d’ordine e di efficienza nella gestione umiliante degli ingressi che cade sulla testa degli aspiranti lavoratori che viaggiano verso le città italiane facendoli restare intrappolati tra click day da incubo e inganni istituzionali.
Quest’anno è brillato per la predica dell’azione politica a sostegno della “gestione regolare” ottenendo il solito paradosso all’italiana: 500.000 ingressi annunciati ma in molte migliaia si contano i permessi smarriti nei meandri della burocrazia e delle truffe legalizzate mentre un esercito di imprese aspetta manodopera come Godot.
Le persone che invece chiedono protezione vengono “accolte” tra centri strapieni e carte bollate infinite, mentre il governo fonda la sua propaganda sul presunto “contenimento” degli arrivi. Nei comunicati ufficiali si parla di sicurezza e legalità; nei bollettini umani si contano i minori soli, i lavoratori lasciati senza diritti, e le vittime di un sistema che non distingue più tra confini e gabbie.
Le “amare pillole” del 2025 ci ricordano che l’Italia continua a curare un sintomo indotto (la paura) causando una vera malattia (la disuguaglianza).
Le illusioni della regolarità che non c’è
Il DL 146/2025, l’ennesimo restyling amministrativo del “decreto flussi”, è arrivato con la solita retorica redentrice: “semplificare”, “accelerare”, “razionalizzare”. Traduzione: nuovi moduli, nuove piattaforme, nuovi ritardi, nuove truffe. Nell’ l’Italia digitale che funziona meglio quando resta analogica, i portali del Ministero si bloccano come nelle sabbie mobili, mentre i sogni di centinaia di migliaia di persone vengono risucchiati da un buffer infinito.
Eppure sulla carta, tutto sembrava nuovo: procedure online precompilate, quote triennali, permessi speciali contro il caporalato. Nella realtà, i caporali hanno festeggiato: mentre lo Stato prometteva regolarità, continuavano a riempire i campi con braccianti invisibili, liberati solo nei comunicati stampa. I richiedenti, intanto, scoprivano che anche la legalità può essere una trappola, quando i suoi ingranaggi si inceppano. Tutto ciò mente la propaganda continua a parlare di “inclusione”. Una parola bellissima, se non fosse che spesso significa solo “accettare le persone purché restino ai margini”.
Forse la vera politica migratoria italiana non è scritta nei decreti, ma nei corridoi delle questure. Lì il tempo perde la sua forma e la burocrazia si fa filosofia: la pazienza come prova di fedeltà, l’attesa come rito iniziatico. Ogni domanda persa, ogni appuntamento rinviato equivale a un sottile respingimento. Nessun atto di forza, solo un labirinto così fitto che è più semplice rinunciare. È un modo elegante per scoraggiare senza ammetterlo. E funziona. Chi riesce a districarsi dal dedalo dell’amministrazione ne esce svuotato, più che integrato. È la vittoria silenziosa di un sistema che respinge con lentezza per non sembrare crudele e si autoassolve dietro la parola magica: “procedure”.
Numeri che rassicurano e vite che scompaiono
Nel 2025, mentre si celebravano le cifre record di “ingressi regolari pianificati”, oltre 1.700 persone sono morte nel Mediterraneo, molte senza nome, senza funerale, senza memoria. Ma il linguaggio dei decreti preferisce parlare di “quota non utilizzata” o “variazione prevista”. I numeri anestetizzano: più freddi dei corpi, più gestibili delle storie.
Ogni tanto, qualche statistica trapela: sale al 20%, la presenza dei minori soli tra gli arrivi di quest’anno, i tassi di occupazione degli stranieri molto più alti della media nazionale, imprese agricole in crisi di manodopera. Ma sono notizie che scivolano via come acqua tiepida, coprendosi di aggettivi: “emergenza”, “criticità”, “fenomeno”. Tutto fuorché politica. Tutto fuorché responsabilità.
Le promesse del contenimento
A fare notizia, invece, sono i “risultati del contenimento”: meno sbarchi, più accordi con Paesi terzi, più pattugliamenti. I nuovi accordi firmati nel 2025 — dalla Libia all’Albania — raccontano l’ossessione per la deterrenza: spostare i confini sul mare, o meglio, oltre il mare. Meno si vede, meglio si vive. E così l’Italia continua a costruire la propria sicurezza su deleghe e segreti, convinta che la distanza possa trasformarsi in innocenza. Nel frattempo, le cronache sono piene di promesse: “più ordine”, “più efficienza”, “più selezione”. Ma sotto, le crepe si allargano. Gli agricoltori denunciano carenze di personale, i sindacati indicano sfruttamento, le ONG di disumanità crescente. Il governo, però, celebra la “responsabilità nazionale”. È un equilibrio paradossale: si vuole una manodopera che lavori senza disturbare, esseri umani che contribuiscano senza comparire, cittadini sospesi in un limbo che non prevede appartenenza. Così, mentre si discute di “integrazione sostenibile”, si continua a spostare la soglia della dignità sempre un po’ più in là.
Il Mediterraneo dei silenzi
Alla fine, resta il mare. Quello delle rotte, dei barconi, dei naufragi. Ogni anno il Mediterraneo si riempie di storia e di oblio: un archivio liquido di promesse mancate. L’Italia del 2025 lo guarda da lontano, con la stessa indifferenza struggente con cui si osserva un temporale dietro il vetro. Si parla di “flussi” come se si potessero calcolare, ignorando che l’acqua, prima o poi, trova sempre una via. Forse è questa la più amara delle pillole: credere che basti un decreto per fermare ciò che è movimento per natura. Le persone continueranno a partire, non perché attratte dal privilegio, ma spinte dalla necessità e continueranno a trovare chi le sfrutta, chi le dimentica, e chi, ogni tanto, prova ancora a salvarle. Alla fine del 2025, mentre le città si addobbano per un nuovo anno, resta l’eco delle stesse domande. Chi stiamo proteggendo, davvero? Da cosa? Da chi?
L’Italia costruisce barriere e il Paese resta sospeso, come una nave alla deriva tra orgoglio e paura. Ogni decreto è una toppa su una crepa più profonda. Ogni click day, il remake tragicomico di un fallimento annunciato.
Le “amare pillole” non guariscono nulla, ma rendono il dolore più sopportabile — e forse è questa la loro funzione: anestetizzare la coscienza, non curare la realtà. E quando il nuovo anno comincerà, i politici taglieranno nastri, i giornali conteranno arrivi e partenze, e qualcuno, da un piccolo porto del Sud, si chiederà ancora perché un Paese così fragile non tenti di ribellarsi.
Forse, a ben vedere, siamo noi quelli da mettere in salvo.

